Un Natale tutto islandese raccontato a Locarno con ECHO (Bergmal) del regista Rúnarsson

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Questo lungometraggio, l’islandese Echo, come tutte le recensioni sino ad oggi pubblicate da Cinquequotidiano fa parte della rassegna delle opere selezionate per il premio internazionale che il 17 prossimo chiuderà la 72ma edizione del festival del cinema di Locarno.

«Bergmal» è il titolo del film in lingua islandese coprodotto con Francia e Svizzera e diretto da Rúnar Rúnarsson con un numeroso cast di attori che rappresentano scene di vita islandese nel periodo delle festività fra Natale e Capodanno.

Stretta fra un vulcano e l’oceano l’isola vive con il suo popolo in decine di scene (39); ciascuna un piccolo capolavoro di efficacia per i messaggi che trasmette.
Molte di queste piccole pieces evidenziano lo scarto fra opulenza ed emarginazione, comfort e duro lavoro in un clima anche ostile, inqueitudini adolescenziali e decadimento della vecchiaia, reale disagio e perbenismo borghese.
Temi consueti nei ritmi convulsi delle metropoli urbane, ma che si stemperano nell’isola fredda e lontana senza apparire ostile.

Non é casuale che una delle scene iniziali si svolga con l’arresto di un migrante clandestino richiedente asilo, prelevato a forza dalla polizia da una chiesa, quella stessa chiesa dove per la messa di Natale si predichrà, ai pochi presenti, accoglienza e solidarietà.
Una scena successiva ci illumina sulla situazione di sfruttamento operaio che coinvolge proprio immigrati dall’est Europa che in sciopero abbandonano il cantiere lasciandolo nelle mani del capo cantiere che dovrà illustrare al padrone le loro rivendicazioni. Ma la protesta e il disagio sociale vengono rappresentati in molti altri «tableaux – vivants» espressivamente efficaci.

Se questi sono le contraddizioni e i conflitti sociali del capitalismo anche in Islanda, non manca un occhio dolente verso gli anziani certamente assistiti in accoglienti case di riposo, ma sostanzialmente soli beneficiati della rapida visita di qualche congiunto durante le festività.

Invece la classica e benestante famiglia nordica si affanna in acquisti natalizi, spesso futili, circonda tavoli tradizionalmente addobbati e imbanditi, partecipa, con le immancabili registrazioni di celluari e tablet, alla recita natalizia dei pargoli dove é incombente Babbo Natale che Gesè Bambino.
Dicevamo della solitudine non solo del tossico che la la notte della vigilia trova conforto dalle due operatrici sociali che lo gratificano anche di un dono, ma anche del giovane solo nella sua cucina (Ikea?) dall’arredo freddamente sobrio, che si apre una bottiglia di vino e scodella un piatto precotto per farsi poi, molto sodisfatto, un selfie.

E ancora la solitudine della immigrata che non potrà riabbracciare i figli per le festività perchè il marito non ha i soldi per pagar loro il biglietto aereo.
Nella luce livida di questa terra nordica scaldata da vulcani e soffioni, ai margini del nostro emisfero, c’è sempre la vita che si rinnova rappresentata dalla ripresa in diretta di un parto.

Insomma un caleodoscopio di situazioni che rappresentano una comunità sostanzialmente unita nei canti e nelle rappresentazioni natalizie del Grande Nord. La comunità di un’isola distante miglia e miglia dal Continente, che allo scoccare della mezzanotte di capodanno si raccoglie attorno a immensi falò nel buio della spaggia, rievocando riti ancestrali quasi ad esorcizzare la violenza dell’oceano che appare nella scena finale in tutta la forza delle sue gigantesche onde.

Un esempio di cinematografia Islandese questo «Bergmal» che a Locarno, e non solo, ha sempre avuto successo e potrebbe anche aspirare al «Pardo d’oro».

Giuliano Longo