Rai, il Cda boccia il piano di Campo Dall’Orto. Il dg lascia o resta?

Sfiduciato il dirigente che proponeva una riforma dell’informazione

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Sede della Rai a Viale Mazzini
Sede della Rai a Viale Mazzini

Se ne parlava da tempo ma oggi abbiamo assistito a un vero e proprio atto di sfiducia del consiglio di amministrazione Rai nei confronti del direttore generale, Antonio Campo dall’Orto che ha presentato il suo piano di riforma dell’informazione. Favorevole il solo consigliere Guelfo Guelfi, mentre Fortis e Freccero si sono astenuti. Contrari tutti gli altri, tra cui la presidente Monica Maggioni. Successivamente il Cda ha sospeso i lavori dopo aver votato a favore dei piani di produzione limitatamente al periodo che va fino al prossimo settembre (il che la dice lunga sui tempi politici dell’operazione). 

Quali siano le conseguenze della bocciatura è difficile dire.  Un supporto che gli è venuto a mancare anche grazie al bombardamento ormai costante di eminenti personaggi del Pd quale il consigliere della commissione di vigilanza Anzaldi, che già a febbraio cantava il de profundis al dg dichiarando candidamente che il Pd (e quindi Renzi) che su quella nomina si era sbagliato. Profumo di elezioni ragazzi, e quindi l’organo (di comunicazione) deve suonare la musica del rottamatore unendosi al coro dei media che vedono in lui il salvatore della Patria per fermare i barbari Cinquestelle. 

A questo punto Dall’Orto deve solo decidere se lasciare (il che appare poco credibile anche se verrà ricoperto con una liquidazione d’oro come si usa in questi casi) o resistere. A far barricate contro la sua dipartita potrebbero essere i grillini, giusto per fare un dispetto a Renzi.  Ma vediamo quali sono le imputazioni di marca renziana che preludono alla sua cacciata. Intanto la mancata epurazione in Rai dove non suona dappertutto l’accento toscano, poi l’inchiesta di Report sul cosiddetto salvataggio dell’Unità che Dall’Orto non è stato in grado di bloccare. A lui vengono imputate l’avanzata del trash in tivù e delle trasmissioni populiste. Conti in disordine, mancato tetto ai mega-stipendi e leggerezza nelle assunzioni di esterni. 

Sarà un caso ma quando si va aprendo una nuova fase politica (per quanto incerta sarà) i manici della pubblica emissione cambiano in anteprima, ma badate bene, il corpaccione dei 13.000 dipendenti dell’azienda rimane grosso modo lo stesso. Decenni e decenni di camaleontica esperienza in una azienda dove si percepisce quasi esclusivamente l’accento de noantri.

Lucignolo

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