Camion bar, il Comune ci prova: prezzi esposti e calmierati

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Camion bar, il Comune ci prova: prezzi esposti e calmierati

Pare che qualcuno voglia metter mano allo scandalo dei prezzi praticati dai camion bar. Un abuso che colpisce soprattutto gli ignari turisti che possano pagare una mela quattro euro o una bibita sei come è capitato al sottoscritto. Che poi i camion bar, che assomigliano al carretto siciliano multicolore, siano anche un insulto al patrimonio monumentale è un’altra questione che nessuno pare in grado di affrontare. La notizia è che entro fine anno si tenterà di calmierare i prezzi dei prodotti venduti dai camion bar del centro storico della Capitale.

Per le strutture mobili all’ombra del Colosseo ma non solo, infatti il Comune ha intenzione di individuare un paniere di prodotti base, come panini e acqua, per concordarne un costo “sostenibile” in accordo con le associazioni di categoria, magari individuando un range limite da non sforare. Ma il fatto che i prezzi non possano essere imposti fa pensare che tanta briga si concluderà in un nulla di fatto. Certo, la buona volontà dell’assessore Marta Leonori c’è tutta, ma la concertazione con le associazioni di categoria della Capitale è un rito ormai consunto.

L’accordo verrebbe inserito in un piano regolatore generale sui 1300 camion bar, buona parte dei quali controllati dalla famiglia Tredicine. L’accordo comunque non dovrebbe riguardare soltanto la zona del centro. Da quanto si apprende dall’agenzia DIRE, l’iniziativa sarebbe ancora a caro amico, trattandosi del solito “tavolo” con la Soprintendenza statale, quella capitolina e con il presidente del I Municipio.

Che poi si tratti di pie intenzioni è confermato dalle dichiarazioni dell’assessora: «In un incontro che faremo a breve chiederò con forza che su alcuni prodotti base, come acqua e panini, ci sia una garanzia non soltanto della qualità, ma anche dei prezzi esposti al pubblico, in maniera trasparente e a prezzo calmierato, e mi piacerebbe che ciò si concretizzasse entro fine anno». Secondo l’assessore «solo così potremo giustificare ancora l’esistenza di queste strutture a Roma nel XXI secolo» ormai quasi tutte affidate a lavoratori extracomunitari.