La scuola si divide sul crocifisso

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 Qualcuno dice sia una lezione di laicità. Altri si appellano al valore del  simbolo cristiano e culturale. Sono pareri discordanti quelli degli insegnanti all’indomani della sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che vuole la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane. «Sono assolutamente contraria alla rimozione del crocifisso nelle scuole – dichiara Enrica Lombardi, insegnante di religione all’Istituto comprensivo di Zagarolo – E’ un simbolo culturale che rappresenta prima di ogni cosa valori di uguaglianza e tolleranza. Bisognerebbe avere più rispetto da parte di tutti per quelle braccia aperte di Cristo. E non mi riferisco solo alle persone di differente religione ma ad alcuni politici che in questo momento stanno conducendo una battaglia. Siamo sicuri che in Italia rispettiamo le persone diverse per religione e nazionalità? Dal mio punto di vista – continua Lombardi – io aggiungerei, a chi lo richiede, i simboli delle altre religioni. Credo nei valori cattolici fino in fondo e sono favorevole a una politica dell’inclusione».

Dagli ultimi dati in possesso del Ministero dell’Istruzione, solo il 3% dei bambini della Provincia di Roma non partecipa alle ore di religione. Il dato sale invece al 10% negli Istituti superiori. Alla maggior parte di loro non piace quel crocifisso in classe, così come a molti insegnanti che sostengono da diversi anni la tesi della laicità. Francesca Sabato, insegnante di matematica in pensione, è tra coloro che sostiene la sentenza di Stasburgo. «Ho sempre convissuto con il crocifisso nelle classi ma ho sempre creduto nella laicità della scuola – spiega l’insegnante – Io credo che ognuno di noi debba portare il crocifisso nel cuore. Non c’è bisogno di esporlo nelle classi. Anche in questo l’Italia deve dimostrare di essere una nazione democratica».

L’Italia, per voce del legale che la rappresenta alla Corte di Strasburgo, presenterà ricorso avverso la sentenza. Se quest’ultimo verrà respinto la sentenza diverrà definitiva entro tre mesi. A quel punto il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa discuterà e deciderà, entro sei mesi, sulle iniziative che il governo italiano dovrà assumere per non incappare in ulteriori violazioni.

 

                                                                                                Carmine Seta