Il grande bluff di Alemanno

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Era dai tempi della banda della Magliana, tra l'altro legata a molte delle trame nere e dei palazzi romani degli anni settanta, che non si assisteva a una tale recrudescenza di episodi criminosi e violenti. Non ha quindi tutti i torti il sindaco Gianni Alemanno quando ieri affermava che l'agguato di piazza Nicosia «rientra in una guerra tra bande che si contendono lo spaccio di droga nelle nostre città», ma è del tutto superfluo affermare, come ha fatto, che è necessario fare un «grande sforzo di intelligence da parte della magistratura e delle forze dell'ordine» per ribadire infine che è necessario chiedere allo Stato «una grande attenzione alla nostra capitale». Lo Stato la sua parte la sta facendo e la fa da sempre e le esortazioni del sindaco risultano vuote parole dopo la sua martellante campagna di propaganda sulla sicurezza che è durata troppo tempo. T

ema sul quale, con gli stupri proprio in campagna elettorale nel 2008, ha giocato tutta la sua credibilità impaurendo strati di popolazione che non hanno esitato a votare la destra. Alemanno ha bluffato, ha puntato su parole d'ordine e slogan della Lega Nord, ha promesso mari e monti. Via gli zingari, patto per Roma sicura, mille occhi sulla città, tolleranza zero, viaggi a New York  per imparare dalla locale polizia, armi ai vigili urbani, lotta a lavavetri e disperati di varia provenienza, raccogliendo gli umori più bassi, eccitando il razzismo e i rancori sociali occulti che pesano nella pancia di tutti noi. Adesso il re è nudo e chiede l'aiuto dello Stato dopo essersi pavoneggiato, a uso dei media, in frequenti incontri, sempre definiti strategici, con questore e prefetto, mentre le forze dell'ordine protestavano e protestano per i tagli alla sicurezza imposti dalla manovra di questo defunto governo, per le volanti senza benzina, per l'abbandono dei commissariati, per l'insufficienza degli organici ecc.

Il giochino è durato qualche anno e i muscoli verbali e spesso verbosi, ostentati dal sindaco, si afflosciano nella tuta da superman capitolino. Il giochino non funziona più non solo perché i fenomeni di violenza criminale paiono aumentare così come gli atti e i reati a sfondo sessuale, mentre i reati e la criminalità più in generale mantengono i consueti livelli forse inferiori rispetto ad altre grandi aree metropolitane di paesi occidentali. Ma non funziona più soprattutto perché la gente ha la testa altrove: alla sicurezza, questa volta sì, per il suo futuro, per i suoi risparmi che si erodono, per il lavoro che manca ai giovani, per il lavoro che molti cinquantenni non troveranno più, per la penosa fine del mese per molti fra i più deboli. Quindi non è fallito lo Stato (con la S maiuscola) che ogni giorno previene e reprime fra mille difficoltà, ma è fallito chi, come Alemanno, si voleva fare Stato pur essendo solo un sindaco, debordando con dichiarazioni e annunci come un qualsiasi sindaco leghista del Nord e altrettanto inconcludente.

Questo sindaco è venuto meno ai suoi compiti di prevenzione, è mancato il contatto quotidiano continuo con la città ( non solo per tagliare nastri), la prossimità come ascolto dei bisogni e dei disagi che un buon amministratore ha il dovere di tenere in primissimo piano per la loro soluzione, perché sono proprio i problemi sociali  trascurati ed irrisolti a creare in parte le disfunzioni da " ordine pubblico", per poi  trovare un alibi e scaricare sulle forze di polizia. Sono mancati l'impegno, la volontà, la tenacia e la determinazione, la serietà ad amministrare la cosa pubblica senza subdoli calcoli e giochi di potere. Infierire da sinistra su un sindaco malconcio di suo è un errore, perché da destra come da sinistra langue quella concezione e quel rispetto per lo Stato per troppo tempo occupato, spartito, e consumato dalle varie caste. Nel decadere di questo Paese e di questa città occorre ristabilire principi di autorità e condivisione in ogni istanza del vivere civile senza cadere nella trappola dell'autoritarismo strillato come ha fatto il sindaco in questi anni, un sindaco che rischia di essere sepolto nelle macerie delle sue stesse sceneggiate.

Giuliano Longo