Dopo il silenzio, Alemanno prova a riaprire il dialogo con La Repubblica

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 «Tornerò a parlare con La Repubblica» annunciava ieri con grande clamore il sindaco Gianni Alemanno dopo quindici giorni di silenzio stampa che hanno gettato nella più profonda afflizione i colleghi di Repubblica privati del quotidiano spasso delle sue dichiarazioni e dei suoi proclami. «E' il momento di dare un segnale» ha sentenziato l'oracolo capitolino, che ha aggiunto: «Sono 15 giorni che abbiamo sospeso i rapporti con il quotidiano dopo insulti, attacchi molto gravi» che peraltro il quotidiano ha impunemente continuato a lanciare in questi giorni. Ma Gianni è magnanimo e ritiene di dover  fare un gesto perché si augura che «questo grande giornale della sinistra non cada più in questo vizio» altrimenti si desume verrà punito con le totò sul culetto. «Si può criticare, si deve criticare: serve anche a noi per evitare di fare come i sindaci del passato che non vedevano i propri errori proprio perché non c'era nessuno che li criticava».

Può darsi che ai tempi di Veltroni non ci fosse poi molto da criticare, ma ci pare che i giornali della famiglia Berlusconi e il loro cugino Il Tempo non siano stati mai gran che teneri con il povero Walter, figuriamoci per il candidato Rutelli. Ma queste sono questioni opinabili, quello che conta è la luminosa lezione di democrazia che il sindaco impartisce agli operatori della comunicazione. Nel nostro piccolo (Cinque Giorni), dopo essere stati definiti dagli accoliti più intimi del sindaco e da qualche esponente di una opposizione presupponente, giornalino, giornaletto, giornalucolo ecc., degno solo del pubblico disprezzo e utile unicamente a deprecabili quanto intime funzioni igieniche, non resta che sperare nella magnanimità di Alemanno, con il quale disgraziatamente non abbiamo mai parlato perdendoci sonno e appetito, per riuscire  a essere finalmente citati nella rassegna stampa del Campidoglio. Perché, ne siamo convinti,  Gianni è buono e giusto, mentre il suo segretario Lucarelli ci odia (chissà perché). Eppure in questo ritrovato clima di pappa e ciccia, tarallucci e vino, culo e camicia pare che qualche vetero comunista annidato nelle pieghe della redazione di Repubblica, nell'apprendere che Alemanno ha riaperto il dialogo,  abbia esclamato : «e chi se ne frega», rischiando la deportazione al Telegrafo di Livorno.  

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