Una polemica vergognosa

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La lettera inviata alla redazione da Ester Mieli, collaboratrice del Sindaco, in relazione all'articolo scritto da Giuliano Longo su questo giornale:

Egregio Longo, sulle pagine della testata da Lei diretta leggo a ripetizione, articoli dedicati a me e alla mia attività professionale. Personalmente sorrido all’idea di finire sulle prime pagine di un giornale  semplicemente perché sono una persona di religione ebraica che lavora in un’istituzione pubblica e a dire il vero non ne capisco, dal punto di vista giornalistico, nemmeno la notizia. Anche lo stile delle cose che leggo sul mio conto, velatamente allusivo, desta inquietudine. 

Pensi caro Longo tutte le mattine salendo le scale dal Campidoglio passo sotto la targa in memoria di quegli ebrei cacciati durante le leggi razziali e allora sa non mi viene più da sorridere. Continuo a non capire che cosa c’entra la mia appartenenza alla Comunità e alla religione ebraica con il mio lavoro. Lo stesso sarebbe stato se io professassi altre confessioni? Che cosa c’entra la religione con la professione? Quando mando un curriculum non invio anche la mia appartenenza religiosa, quel momento è finito da molti anni. Se Lei caro Longo vuole restaurare il meccanismo delle religioni di appartenenza non è un’offesa nei miei confronti ma un’offesa all’Italia intera, a quell’Italia interclassista e interreligiosa, spesso raccontata dal nostro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’idea dei belli e buoni da una parte e dei brutti e cattivi  dall’altra nelle giovani generazioni così come nell’immaginario delle nuove classi politiche dirigenti dovrebbe essere definitivamente superata. Allora mi viene da pensare che abbiate nel cassetto una “lista nera” di appartenenti alle varie religioni che svolgono attività lavorative accanto a politici? Chi sarà il prossimo?

Ester Mieli

 

La risposta

La lettera che Ester Mieli ha inviato alla redazione di Cinque Giorni e alle agenzie di stampa offende profondamente chi questo giornale lo fa e i molti, credo, che ogni giorno lo cercano e lo leggono. Non perché la brava collaboratrice del sindaco definisca nella sostanza inquietante quel che su di lei è apparso su Cinque: ognuno ha una personale percezione dell’inquietudine, figuriamoci. Ci offende che la Mieli chiami in causa la religione ebraica, che non è soltanto religione ma tradizione e storia e cultura e letteratura, e che è sopravvissuta all’orrore scientifico dei lager, per montare una polemica nutrita, è il sospetto, solo dall’acrimonia che il sindaco e il suo staff dedicano a questo giornale, sa il cielo perché. Noi che dell’Ebraismo riconosciamo il valore fondante della civiltà occidentale; noi che abbiamo denunciato chissà quante volte e con forza gli episodi di antisemitismo, come pure di xenofobia e omofobia, che in questa città sfortunatamente più che altrove tornano periodicamente a infestare l’aria e dalle parti del Campidoglio ne sanno qualcosa; noi che della difesa dei deboli si sarebbe detto una volta, di quelli che non hanno voce presso i potenti, abbiamo fatto un vanto e soprattutto uno scopo professionale, un metodo direi per inchiodare i politici a responsabilità fugate da parole, milioni di parole che non significano niente; noi che profondamente disprezziamo ogni sorta di discriminazione, perché crediamo nell’uomo; proprio noi avremmo, viene da pensare alla signora Mieli, «una “lista nera” di appartenenti alle varie religioni che svolgono attività lavorativa accanto a politici».

Detto, anzi scritto senza vergogna. Il motivo? Semplice. In un articolo pubblicato sabato scorso si faceva riferimento al risiko di poltrone nei palazzi romani i cui protagonisti sono gli addetti ai lavori vicini all’amministrazione Alemanno: un retroscena in cui si facevano i nomi di professionisti dell’informazione e della comunicazione impegnati in ruoli chiave al Campidoglio come in Regione e nel quale a Ester Mieli erano dedicate due righe che ricordavano il suo impegno nella Comunità Ebraica di Roma, la quale negli ultimi anni ha rafforzato i rapporti con il sindaco. Lunedì Vittorio Pavoncello, membro del Consiglio delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scritto una lunga lettera, pubblicata ieri su queste colonne, per spiegare che la Mieli, ex responsabile dell’Ufficio stampa della Comunità Ebraica Romana, merita il ruolo di portavoce del sindaco assegnatole da Alemanno (e chi lo ha mai messo in dubbio). A ventiquattro ore di distanza la diretta interessata è intervenuta direttamente con una missiva con la quale afferma che Cinque Giorni avrebbe sostenuto che la sua posizione professionale abbia a che fare con il suo credo religioso. Nulla di più falso. Cinque Giorni non ha mai scritto che la Mieli ricopre il suo ruolo professionale in Campidoglio in virtù della sua religione. Se poi a qualcuno fa comodo leggere fra le righe e insinuare che le buone relazioni tra sindaco e Comunità ebraica romana abbiano determinato l’attuale posizione professionale della Mieli e poi scaraventarci addosso il peso di una tesi che non sosteniamo in alcun modo, sappia che è un gioco politico nefando al quale non ci prestiamo. Si mettano l’anima in pace in Comune.

Due parole infine per Riccardo Pacifici, il quale ieri s’è sentito in dovere di esternare su questa surreale vicenda. Dice di non essere a conoscenza dell’esistenza della nostra testata, ergo, riteniamo, neppure delle battaglie che abbiamo sostenuto pressoché soli. Ameremmo che prima di accusarci di certe nefandezze, delle quali neppure vogliamo riferire tanto sono fantasiose, si informasse. Gli basterebbe poco per scoprire che i nemici non siamo noi.  

Christian Poccia