Storia travagliata dei mercati coperti di Roma

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Le vicende della delibera Cam, con la quale si prevede l'abbattimento dei mercati di via Antonelli, via Chiana e Magna Gercia, risollevano l'annoso problema dei mercati coperti di Roma, che risale a ben oltre gli anni cinquanta, quando iniziarono a sorgere nella nostra città numerose strutture coperte, oggi situate in quartieri centrali, che sono esempi degli stili architettonici del '900 italiano.Vanno dal Liberty al Razionalismo. Si pensi al mercato di piazza dell’Unità di via Cola di Rienzo, a quello di piazza Alessandria, al mercato “Italia” di via Catania, al mercato “Metronio” di via Magna Grecia o al mercato dei fiori del Trionfale. La maggior parte di questi impianti furono edificati a spese della pubblica amministrazione, ma solo nel dopoguerra si fece ricorso all’apporto di capitali privati per la costruzione di nuovi, su terreni di proprietà del Comune.  Il meccanismo funzionava. Gli operatori, principalmente coltivatori diretti, pagavano il canone di posteggio al Comune o alle società che avevano realizzato le strutture e che erano autorizzate a gestirle, in forza di convenzioni trentennali. Le tariffe venivano stabilite e aggiornate con delibere di Consiglio. Gli incassi, percepiti dalla pubblica amministrazione o dai soggetti privati, dovevano essere destinati anche alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture. Il meccanismo si inceppa  tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’80, per collassare agli inizi degli anni '90.

Le cause vanno ricercate nel mancato adeguamento delle tariffe di posteggio da parte delle varie amministrazioni. Avvento della grande distribuzione. Nessun contrasto da parte della pubblica amministrazione a mercati e mercatini in sede impropria, spesso sorti a ridosso delle strutture annonarie, come da anni capita a via Cola di Rienzo, oppure al mercato di piazza dell’Unità, ormai circondato da bancarelle su strada e insidiato a pochi metri da un colosso della grande distribuzione quale Billa ex- Standa. Infine ritardi della pubblica amministrazione nell’indire bandi di concorso per assegnazione di nuove licenze nei casi di diminuzione di organico. Si era sull’orlo della catastrofe con una sessantina di impianti che necessitavano di urgente ristrutturazione, e adeguamenti alle nuove normative in materia di igiene e sicurezza. Per di più canoni percepiti dal Comune o dai privati non erano sufficienti a coprire le spese. Inoltre c’era la patata bollente dei numerosi mercati sorti e lasciati proliferare in sede impropria, quale quella di piazza Vittorio, che andavano ricollocati, per ragioni di igiene, decoro urbano e sicurezza, in luoghi appropriati.

Nel 1995 l’uovo di Colombo, con la prima giunta Rutelli che partorisce l’idea delle A.g.s. ovvero: Associazione Gestione Servizi formula, che dovrebbe invogliare gli operatori a diventare imprenditori. Infatti il Comune propone che siano gli operatori stessi a farsi carico della gestione e manutenzione degli impianti, dando vita a delle cooperative rappresentate da un presidente o capomercato. Per dare maggior risalto alla bontà dell’operazione si decide di abbattere il canone dovuto, “accontentandosi” (di solito) del 20% dell’importo per l’occupazione di suolo pubblico. Nel contempo si iniziano a trasferire, d’imperio, gli operatori dei mercati in sede impropria nei mercati con grosse carenze di organico, per cui chi per una vita, ad esempio, ha lavorato a piazza Vittorio, di colpo si ritrova ai Parioli a dover conquistare una nuova clientela, peraltro già attirata dai  grandi centri commerciali. Il meccanismo, però, inizia a scricchiolare da subito per il rifiuto deciso di centinaia e centinaia di operatori di trasferirsi in altri quartieri distanti dalla loro clientela. Ma la storia non finisce qui.

G.L.