I project financing non risolvono i problem

0
26

La storia dei mercati prosegue (vedi l'articolo di ieri) con la giunta Veltroni. Se gli operatori non vogliono lasciare i loro quartieri, per trasferirsi in altri, costruiamogli in loco i mercati nuovi o dei plateatici attrezzati, ovvero  un insieme di bussolotti all’aria aperta, dotati però dei servizi necessari. Sì, ma con quali soldi? Con il project financing ovviamente, la panacea a tutte le pubbliche penurie. Così si ricorre ai privati con gare a evidenza pubblica, per costruire i mercati e gestirli poi per decenni, al fine di rientrare dei costi sopportati e ricavarne un utile adeguato. I privati, però, sanno bene che il business dei mercati tale non è, così il Comune si impegna a fornire le adeguate garanzie. Questo significa che la pubblica amministrazione risponde nei confronti del privato sul mancato introito, molto spesso con nuove concessioni che vanno a compensare i danni lamentati.

Così sono nati il mercato “Nuovo Esquilino” dopo il trasferimento degli operatori da piazza Vittorio, il mercato di Ponte Milvio e quello del Trionfale. Mentre a breve verrà ultimato con il project financing anche il mercato di Testaccio. Ma i problemi non finiscono qui, perché spesso il Comune si è scontrato anche contro il rifiuto degli operatori a entrare nelle nuove strutture. Eclatante il caso del Trionfale, dove il braccio di ferro Comune/esercenti è durato quasi un anno. Ma come si spiega la riluttanza degli operatori? Semplice: fino a quando un mercato è in sede impropria, o meglio su strada, vende di più e costa di meno mantenere il proprio punto vendita. Al momento in cui si entra in una struttura nuova, il privato, che l’ha costruita, chiede che venga corrisposto il canone per intero e gli affari, a volte, diminuiscono. Inoltre, all’interno dei nuovi mercati vengono realizzati negozi destinati ad altri usi commerciali (non alimentari) che impongono all’intero impianto orari di apertura di almeno 12 ore. Ovviamente, chi si alza la mattina alle 2 per andare ai mercati generali e gestisce la propria attività a livello familiare, non può reggere fino alle 20 o alle 21. Questa la ragione per cui all'interno dei nuovi mercati si assiste allo spettacolo desolante di box chiusi già alle 14, affiancati da negozi aperti. Non a caso tempo fa, come abbiamo pubblicato, l'assessore Bordoni chiedeva agli operatori di restare aperti il più possibile. Ma evidentemente l’assessore non sa cosa vuol dire costringere operatori, spesso non più ventenni, a lavorare 15/20 ore al giorno, oppure assumere dipendenti.

Forse l'assessore Bordoni non sa nemmeno che il mercato di via Meda è a poche centinaia di metri dalla via Tiburtina, fitta di supermercati e centri commerciali. Come crede sia possibile aggiungere alle 11 vecchie postazioni altri 13 nuovi esercizi senza pensare che questo scateni una guerra tra poveri all’ultimo cliente? Il mercato “Trieste” e tutti i vecchi  mercati storici si trovano nel guado. In queste strutture gli operatori sono pochi per riuscire a reggere il peso di un’autogestione, ma sono ancora troppi perché il Comune si possa prendere la briga di sgomberarli, senza che sotto la statua di Marco Aurelio arrivino migliaia di famiglie. In conclusione l'associazione Gestione Servizi non funziona proprio e i mercati rischiano davvero una lenta eutanasia, anche perché il Comune, è vero, incassa poco ma non investe niente. Questo non significa che i mercati tradizionali debbano essere necessariamente abbattuti per lasciare spazio ai costruttori che volteggiano e mettono cappello su strutture importanti e storiche della Capitale, per di più in appetitosi quartieri centrali. Che è poi il progetto della Cam anche a Magna Grecia. L'alternativa agli abbattimenti e alle nuove costruzioni sta nella riqualificazione delle strutture esistenti e nell’integrazione degli spazi vuoti. Il che significa progettare, inventare, creare, riutilizzare e qualificare, tutti atti di una cultura ben lontana dalla semplice speculazione, magari giustificata dal rilancio delle costruzioni in un periodo di crisi nera. Ma questa è un'altra storia.

G.L.