Belluno: tangenti per saltare liste attesa, arrestato ginecologo

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Due anni: questi i tempi medi di attesa per le coppie che desiderano ricorrere alla procreazione assistita  in un centro ospedaliero. Coppie che per realizzare il proprio sogno di completare la famiglia con il tanto agognato figlio sono disposte a compiere qualsiasi sacrificio, a pagare qualsiasi cifra. Facendo leva su ciò il primario dell'ospedale di Pieve di Cadore (Bl), un sessantaduenne padovano, induceva le coppie a pagare sino a 2.500 euro per ogni singolo tentativo di procreazione medicalmente assistita (p.m.a.), certo che l'angoscia legata ad una maternità sempre negata avrebbe convinto soprattutto le aspiranti mamme ad accettare la sua proposta: denaro – spiega una nota della Guardia di Finanza – in cambio di un rapido inserimento nella lista d'attesa pubblica. Accettando di pagare i tempi d'attesa si potevano ridurre anche a pochi mesi, in un settore in cui le statistiche dicono che ogni settimana di attesa riduce le possibilità di gravidanza in donne che spesso hanno già superato quota 40 anni. I finanzieri del comando provinciale di Belluno, coordinati dal sostituto Antonio Bianco della Procura della repubblica di Belluno, hanno accertato che la ''proposta indecente'' veniva normalmente formulata dal medico o al termine del primo colloquio con la coppia o in un successivo incontro appositamente richiesto. Il primario, già nel corso della prima visita, si informava sulle disponibilità economiche dei suoi pazienti; avanzata la richiesta di denaro per ''saltare la lista pubblica”, si premurava di incassare il denaro personalmente fissando incontri nei luoghi più disparati, avvertendo le coppie che al telefono non dovevano mai parlare di soldi.

Le precauzioni prese dal medico sono però risultate vane visto che dalle intercettazioni telefoniche e dalle successive acquisizioni testimoniali le Fiamme Gialle hanno ricostruito un quadro desolante soprattutto se raffrontato al prestigio di cui gode il primario nel campo della procreazione assistita. Il medico non lesinava telefonate alle coppie indecise evidenziando che per loro quella da lui offerta poteva essere l'ultima occasione di avere un figlio, inoltre era solito chiedere incontri presso bar, stazioni, gelaterie, caselli autostradali, parcheggi, per incassare le ''tangenti'' da lui pretese. Durante gli incontri, il medico cercava di schermare le proprie responsabilità con i pazienti raccontando loro, falsamente, che i soldi erano destinati ai biologi di una società di Bologna specializzata in tecniche di fecondazione assistita che da sempre collabora con il centro di p.m.a. dell'ospedale di Pieve di Cadore attraverso una convenzione con l'u.l.s.s. n.1 Belluno. Le indagini hanno però fatto emergere l'estraneità, dai fatti illeciti contestati, dell' equipe di medici e biologi della S.i.s.me.r. che con cadenza bimestrale si reca all'ospedale di Pieve di Cadore per supportare l'attività del primario. In un caso gli investigatori del nucleo di polizia tributaria di Belluno hanno anche filmato il passaggio di denaro tra una donna friulana (accompagnata nell'occasione dalla madre) ed il medico all'interno del bar presso la stazione di San Donà Piave (Ve), dove lo stesso si e' fatto consegnare 2.000 euro pretesi rigorosamente in contanti.

Sono sei – conclude la nota della Fiamme Gialle – le coppie che hanno confermato ai finanzieri di aver accettato di pagare, ma molte altre sono quelle che devono ancora rendere testimonianza. Si tratta di coppie molto variegate, spesso reduci da gravidanze naturali concluse male, e composte da avvocati, maestre, operai, casalinghe, gelatai, dipendenti pubblici e broker: tutti accomunati dalla paura che denunciando il medico avrebbero perso l'ultima chance di diventare ''mamma e papà''. All'esito delle indagini, culminate in tre perquisizioni locali eseguite ieri dai finanzieri bellunesi, il primario e' stato tratto in arresto in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal gip del tribunale di Belluno: il medico adesso e' chiamato a rispondere di concussione aggravata e continuata nonché di interruzione di pubblico servizio.

 

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