Bye bye Olimpiadi

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Ci voleva un professore di economia che non parla la lingua dei politici per spegnere la luce sul miraggio olimpico prodotto e alimentato trasversalmente dalla classe dirigente della capitale che ai molti quattrini pubblici necessari per riportare a Roma l'evento sportivo internazionale per eccellenza, hanno dato da subito un infimo peso. C'è voluto il presidente del consiglio Mario Monti per frenare le ambizioni di un sindaco che in quasi quattro anni ha collezionato fallimenti e figuracce e che sul circo delle Olimpiadi 2020 puntava per risollevarsi dal fango dentro cui scelte politiche sbagliate e una disinvolta azione amministrativa l'hanno col tempo piombato; ma pure per aprire gli occhi a un centrosinistra lanciato verso il sogno di un mega evento da organizzare e gestire nelle stanze del governo cittadino che dopo i disastri della destra romana facilmente gli si schiuderanno il prossimo anno. Lo stop deciso ieri dall'esecutivo alla candidatura di Roma per i giochi che si terranno fra otto anni rappresenta la fine di un'illusione collettiva, lo scarto esatto fra certe speranze scioviniste fatte piovere sulla gente dai tanti che in questa città si spartiscono potere e notorietà da mentecatti, e la responsabilità politica di non correre incontro a un baratro economico. Lo ha spiegato bene il premier: «Non vogliamo che chi governerà l'Italia nei prossimi anni si trovi in situazione di difficoltà e che la percezione che stiamo faticosamente dando possa essere compromessa da improvvisi dubbi, magari alimentati da concorrenti alla candidatura olimpica», sottolineando poi come «in questo momento non pensiamo che sarebbe coerente impegnare l'Italia e il governo in questo tipo di garanzia che potrebbe mettere a rischio denari dei contribuenti». L'interesse del Paese anteposto alle vanità dei singoli, insomma. Una specie di terremoto in Italia, figuriamoci a Roma. E hanno voglia gli esponenti del Pdl a gridare all'«occasione perduta» e alla «sconfitta per l'intero paese». I soldi non li tirano fuori mica loro.

 Christian Poccia