Vale la pena abolire la Provincia?

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Ci si accorge di una cosa utile o di una persona cara che avevamo, soprattutto quando questa ci viene a mancare. La stessa cosa è o sarà con le Province che si intende abolire. Il governo Monti, sotto la pressione dell’opinione pubblica, che vuole giustamente una drastica riduzione delle spese destinate alla politica, ha decretato la fine delle Province dopo 150 anni dalla loro nascita.

La Provincia di Roma, come le altre in Italia, non sarebbe più rappresentata da un’assemblea democraticamente eletta, ma da un piccolo consiglio formato da sindaci o consiglieri comunali nominati dai vari comuni del territorio. Il risultato di tale scelta è che non si eliminerebbero i costi, che ci si era prefissi di abbattere, in cambio di organismi privi di vera rappresentatività. Le competenze attuali delle Province (manutenzione di strade, scuole, protezione civile, formazione lavoro ecc.) dovrebbero essere attribuite alle Regioni. Quelle stesse che arrancano oppresse da debiti stratosferici. La Costituzione aveva previsto bene: Regioni snelle per legiferare, Province autorevoli per amministrare.

Verrà a mancare un vitale punto di raccordo intermedio fra i Comuni e le Regioni, ma soprattutto si confonderà nella Regione la funzione di indirizzo e di controllo con quella amministrativa. Infine verrà meno l’azione di sussidio ai Comuni, finora rappresentata dalle Province. Se si voleva risparmiare veramente, si sarebbero potute accorpare fra loro le Regioni (sono 20) e le Province (sono 110) di piccole dimensioni. E poi si dovrebbe distinguere tra i costi della politica (riducibili), quelli della democrazia (insopprimibili) e quelli amministrativi (razionalizzabili). Invece si è fatta di tutta l’erba un fascio. Per la Provincia di Roma, che è la più grande e importante d’Italia, si continua a rappresentare una soluzione da tutti auspicata, ma lontana da realizzarsi: la Provincia Metropolitana. Prendo ispirazione dai risultati del convegno dell’UDC, riportati da questo giornale nell’articolo dello scorso 6 marzo, per ricordare che la proposta del presidente Zingaretti è sempre stata quella di una Provincia e non di una Roma Capitale. Non tanto per i confini territoriali, quanto per lo spirito democratico e rappresentativo che l’Area Metropolitana dovrebbe avere per assomigliare a Londra, Parigi o Berlino. Non solo gli attuali municipi di Roma, ma anche i comuni dell’attuale Provincia dovrebbero far parte di un solo Ente, peraltro già previsto dalla nostra Costituzione, in forma unitaria, ma con grandi autonomie amministrative locali. Se Roma non può fare a meno di Orte, come ha affermato il vicepresidente regionale Luciano Ciocchetti, figuriamoci se potrebbe far a meno di comuni come Guidonia e Tivoli, di aeroporti come Fiumicino e di porti come Civitavecchia! Ma quello che occorre modificare è lo spirito.

Non più una Roma Capitale padrona di un territorio, ma un Campidoglio allargato, dove anche piccoli comuni come Nemi o San Vito Romano possano essere rappresentati e ascoltati. Se fino ad oggi la costituzione dell’Area Metropolitana si è fermata alla sola realizzazione di Roma Capitale un motivo e più di un motivo c’è. I Sette Colli non vogliono rinunciare ai Sette Re di Roma e la Pisana non vuole ridursi alla Cenerentola dal piede troppo piccolo. Hai voglia a convegni. Lo stile inglese può attendere.

Ugo Onorati
Consigliere Provinciale