ATTACCO A CINQUE GIORNI

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Gianni è nervoso, molto nervoso. Lo comprendiamo umanamente: con i sondaggi a picco verso lo sprofondo e le malefatte quotidiane di chi lo circonda, c'è poco da stare allegri. Lui che aveva sognato il posto di Fini nel Pdl e che oggi si vede snobbato dai camerati La Russa e Matteoli. Nervoso e triste, Gianni Alemanno, 54 anni, barese; anzi insofferente alle critiche che gli piovono quotidianamente addosso.

E allora che ti fa, anziché ricorrere all’aiuto di un buon analista per superare le sue ansie angoscianti? Querela Cinque Giorni che, a suo avviso, lo avrebbe diffamato. Ma de che? Gianni la fama se l'è bruciata tutta da solo, giorno dopo giorno, mentre il nostro ‘giornaletto’ non ha fatto altro che anticipare ben altri colossi dell'informazione sugli scandali che via via esplodevano. Gianni evidentemente assuefatto a toni morbidi e compiacenti, preferisce trattare sotto banco, e certamente non ama che qualcuno gli ricordi i suoi trascorsi neofascisti. Suoi e di tanti che lo circondano e che comandano su una città impoverita economicamente, moralmente e culturalmente. Gianni vuole essere adulato, osannato nelle convention di cartapesta, consigliato dal cerchio magico dei fedelissimi anch'esso cangiante a secondo gli umori del Capo, sempre pronto a inveire come qualcuno spesso lo ha udito fare. Gianni è uno che si incazza facile e querela Cinque Giorni perché non può prendersela con quelli che lo fischiano ogni volta che si reca nelle periferie, perché i romani non lo amano. A Gianni il nostro linguaggio non piace. Lo ritiene insultante, lesivo del suo onore.

Come se chi ha consentito parentopoli, la vergogna dei punti verdi qualità, gli sprechi dell’emergenza abitativa, l'insulto delle mirabolanti promesse mai mantenute, dovesse difendere chissà quale verginità. Lui che ha seminato tanti cadaveri metaforici di camerati lasciati per strada e per stracci. Lui che una volta era ispirato da filosofie paganeggianti e ora è divenuto improvvisamente devoto, lui che è stato arrestato negli anni 80 per manifestazione a favore dei palestinesi, quando ancora aveva al collo la croce celtica e il braccio anchilosato nel saluto romano e ora si reca penitente al mausoleo della Shoah. “Fascista” per trascorsi e convinzione in quegli anni giovanili, oggi ostenta una impettita moderazione, fallita la sceneggiata del sindaco sceriffo tutto law and order. Gianni, lo ripetiamo, è nervoso, irrequieto, convinto della malasorte avversa, ma ignaro che chi è causa del suo mal deve solo piangere se stesso.

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Eppure potrebbe ancora godersi i pochi mesi di sopravvivenza politica che gli restano organizzando Stati Generali su qualunque argomento, tessere le fila della sua campagna elettorale con i soldi e gli appoggi che non gli mancano. Distrarsi riempendoci di coni luminosi ro- vesciati e luminarie per il prossimo Natale, girovagare di notte in motorino per monitorare le mignotte, percorrere i lungotevere in bicicletta per constatarne la sporcizia, spalare la neve, guidare il camion della monnezza, schiacciarsi sugli affollati mezzi Atac nelle ore di punta con il suo assessore ai trasporti Aurigemma, girare a piedi Pietralata di notte, ispezionare tutti i cantieri in giubbetto e casco di sicurezza, baciare vecchi e bambini poveri con la vicesindaco Belviso, tagliare nastri di opere non completate, presiedere convegni di archistar e arcimanager, sognare grattacieli per tutta Roma, città dello sport, parchi tematici, water front, migliaia di posti di lavoro in centinaia di cantieri che non partiranno mai se non nell’immaginario suo e di pochi intimi esperti di comunicazione. Potrebbe bazzicare quotidianamente gli uffici RAI, presiedere vertici per i vari patti di Roma sicura e tanto, tanto altro ancora. Fumo e poco arrosto a spese del Campidoglio e della inesauribile cassa dei fondi riservati al sindaco gestita dal fido Lucarelli, gran commis della distribuzione di favori, prebende, posti, appalti, risorse, pani e pesci sempre moltiplicati. Diffamazione? Non scherziamo. Si circondi allora di uno stuolo di avvocati per querelare tutta la stampa romana che ogni giorno gliene cava fuori qualcuna. Gianni da Bari allora non si lamenti invocando le aule di giustizia e pensi a controllare quanto gli accade intorno, sorvegli i suoi fedeli, ponga fine, se ne ha le forze, agli sprechi e alle sceneggiate.

Non per vincere le elezioni, forse è troppo tardi, ma per levarsi l’etichetta, che non gli abbiamo appiccicato noi, del peggior podestà, scusate, sindaco di Roma degli ultimi decenni. Sì, è vero, lo ammettiamo, non siamo politically correct e neppure faziosi o di parte; guardiamo piuttosto alla parte dolente di questa città: alle famiglie che faticano a tirare fine mese, ai giovani senza lavoro che non possono metter su famiglia e non trovano casa, ai piccoli com- mercianti e imprenditori sul lastrico mentre i grandi manager del Comune ingrassano con lauti stipendi, ai poveri, agli emarginati, agli stranieri sfruttati negli esercizi e nei cantieri, agli abitanti delle periferie degradate e allagate dallo spaccio di droga. Insomma a tutte quelle donne e a quegli uomini cui il Campidoglio non ha dato un bel niente se non chiacchere e promesse mai mantenute. Noi vogliamo parlare il linguaggio, anzi, i linguaggi di questi cittadini delusi dalla politica ed esprimere i bisogni di territori dimenticati da troppo tempo. E lo faremo con il linguaggio della verità che è sempre nuda, povera, cruda e molto spesso indigeribile. Quanto alla querela, beh, molti nemici molto onore, diceva qualcuno che ispirò il pensiero e le azioni di Gianni da Bari.

Giuliano Longo