Acea, una vendita per “fare cassa”

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Fuori dalla schermaglie procedurali dell'Aula Giulio Cesare ed indipendentemente dalle pressioni dei Rampelliani e degli ex Forza Italia per modifiche sulla delibera Acea, resta il fatto che questa verrà approvata, creando un precedente di sostanziale privatizzazione con un segno indelebile nell'assetto della multiutility capitolina.

E' pur vero che il processo era già stato avviato dal centrosinistra con la precedente cessione del 49% delle azioni ai privati e la successiva quotazione in borsa della società. Come è pur vero che sotto il profilo politico le dismissioni annunciate da Monti sugli asset di proprietà pubblica offrono una sponda più che credibile al sindaco di Roma. Si potrebbe obiettare che questa possibilità fosse stata vagheggiata già da Giulio Tremonti con le famose cartolarizzazioni dei beni pubblici che portarono poco o nulla alle casse dello Stato, ma il professore gode probabilmente di ben altra credibilità. Resta il fatto che il senso economico della operazione voluta da Alemanno e da Lamanda nasce dall'esigenza di fare cassa, come sostiene l'opposizione, senza una vision di sviluppo industriale dove il Comune possa intervenire in futuro su strategie che coinvolgono beni e servizi essenziali quali energia ed acqua.

L'esempio più eclatante di una strategia differente è il colosso dell'energia e dello smaltimento rifiuti quale A2A, di cui i comuni di Milano e Brescia si sono ben guardati dal cedere la maggioranza ai privati, senza che ciò impedisse al gruppo di avventurarsi in significative operazioni finanziarie a livello multinazionale e nominare vertici societari più che adeguati. Oggi il sindaco di Roma batte insistentemente alle porte della Cassa Depositi e Prestiti per monetizzare al più presto quel 21% di quote e ne ricava un rifiuto. Così come annuncia procedure trasparenti che non sono certo una sua gentile concessione, ma procedure inevitabili e controllate del mercato finanziario. Ma se di privatizzazioni e dimissioni si deve proprio parlare, per un comune fra i più indebitati d'Italia nel susseguirsi delle numerose amministrazioni, perché ad esempio Alemanno non comincia a pensare alla privatizzazione di Atac e Ama?

Apparentemente l'obiezione riguarda il rilevante interesse pubblico delle due società capitoline, ragionamento che tanto più doveva valere anche per Acea, ma la verità è un altra: le due società, di per se passive, sono onerate da una massa di debiti tali che neanche a volerle regalare nessuno se le accatterebbe. Anzi, per Atac si era trovata la via di vendere gli immobili dismessi dall'azienda proprio per dare una boccata di ossigeno alla società. Oggi rimesse e officine già di Atac patrimonio costituiscono una garanzia per le banche, ma di vera e propria dismissione non si può ancora parlare a distanza di mesi e mesi da una operazione che qualcuno aveva definito risolutiva. Ci risulta infatti che quei beni siano ancora tutti lì, intatti. Forse perché le procedure di vendita sono lunghe e farraginose. Ma forse anche perché si può ben svendere tutto quello che si vuole, ma se non ci sono soldi chi si accatta gli immobili? In fondo fra questi beni e il decreto per l'housing sociale ci sembra che questa amministrazione stia dando fondo al barile offrendo molto alla speculazione e ben poco alla ripresa economica.

Giuliano Longo