Società “in house”, analisi necessaria per razionalizzare

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Dopo l’esito del consiglio regionale e il voto bipartisan, Pd, Pdl e Udc e tutti i partiti sembrano concordi nel chiedere modifiche sostanziali al decreto sulla spending rewiew e i sindacati premono per la salvaguardia dell’occupazione. Uno degli aspetti più discussi è stato la possibile chiusura delle società “in house” degli enti locali.

Le società partecipate, tra Comune di Roma e Regione Lazio, hanno svolto nel corso di questi anni moltissime funzioni, dalla gestione dei fondi europei, alla progettazione delle grandi opere, alla gestione e archiviazione di dati sensibili, alla velocizzazione delle pratiche del condono edilizio, fino ad arrivare a sostituire il lavoro dei dipendenti regionali come nel caso di Lazio Service. La galassia delle società “in house” è cresciuta con il varo della riforma del titolo V della costituzione nel 2001 e la conseguente proposizione di un’ampia delega, consegnata alle regioni e agli enti locali, nella organizzazione e nella gestione dei servizi propri di una amministrazione pubblica.

Oggi, queste società sono aumentate di numero e in alcuni casi, è necessario sottolineare, anche troppo, con robusti fenomeni di assunzioni per chiamata diretta. Tuttavia, molte di esse continuano a svolgere una funzione di pubblica utilità difficilmente sostituibile con i meccanismi previsti dal decreto. In primo luogo, il decreto del governo Monti pone in un calderone generale tutte le partecipate che esistono, dalla Val D’Aosta alla Sicilia, non permettendo nessuna analisi di merito sul loro funzionamento e operando un taglio lineare indistinto difficilmente sostenibile anche sotto il profilo costituzionale. La soluzione alternativa prevista per la gestione dei servizi è l’affidamento ai privati di tutte le funzioni “in house” attraverso delle gare o l’eventuale internalizzazione nell’ente di riferimento. Il problema è che queste funzioni sono difficilmente privatizzabili e non solo perché sono società con molti dipendenti e con costi elevati, ma per la natura stessa del servizio che erogano. Pensiamo ai fondi europei del programma operativo regionale, oppure alla gestione delle gare per le opere pubbliche, o alla archiviazione delle cartelle cliniche della sanità laziale e a molte altre funzioni.

Come può il pubblico delegare al privato la gestione di questi servizi? Dunque, invece di procedere con un taglio lineare, sarebbe necessaria una seria analisi della situazione per operare una razionalizzazione della galassia delle “società in house”, distinguendo cosa è utile conservare e in quale misura, e cosa è necessario dismettere. Inutile sottolineare che questa operazione richiederebbe una delega agli enti locali per procedere ad una riorganizzazione con dei chiari obiettivi di contenimento della spesa, essi si quantificati e uguali per tutti a livello nazionale. Ma di questi numeri, come ha rilevato anche l’ufficio studi del senato, nel decreto non c’è traccia e complessivamente l’operazione del taglio e la ipotetica privatizzazione dei servizi non è chiaro a quanti e a quali risparmi porterebbe.

A questo punto l’iter istituzionale prevede la presentazione degli emendamenti al decreto spending rewiew che verranno discussi nella commissione bilancio del senato e, successivamente, verrà posta la fiducia. Il governo, attraverso un maggior dialogo con gli enti locali, dovrebbe in poche parole trovare una soluzione che tenga conto del contenimento della spesa e della natura dei servizi che queste società erogano, puntando ad una riduzione delle società inutili o ridondanti e operando accorpamenti e internalizzazioni di funzioni.

Renato Mariano