Cappello nella trappola: sarà sostituito da Anelli o Fiscon

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«Un bravo manager». Così ce lo descrisse da Milano addirittura nel luglio dello scorso anno la presidente dell'Amsa Sonia Cantoni, una delle prime nomine di Pisapia dopo le comunali del capoluogo lombardo. E' Salvatore Cappello, amministratore delegato di Ama, in procinto di essere dimissionato da Alemanno.

Cantoni è fonte non sospetta dato il suo pedigree rigorosamente di sinistra ed ambientalista. Sarà pur vero che lo sbarco di Cappello a Roma era gradito a Comunione e Liberazione a lui vicina, ma soprattutto doveva servire a rimettere ordine nell'azienda che fu governata da Panzironi, dopo le vicende di parentopoli Ama ed Atac che segnarono il punto di declino della credibilità politica di Alemanno.

Oggi Cappello, imprevedibilmente, scivola sulla buccia di banana di un contratto decennale con Cerroni per lo smaltimento dei rifiuti per l'importo di 500 milioni mentre il piano dei rifiuti regionale non decolla e il destino della nuova discarica a monti dell'Ortaccio è sospesa al filo della ormai prossima conferenza dei servizi. Tuttavia pensare che una simile scelta sia frutto solo del decisionismo dell'amministratore delegato è davvero risibile. Tanto più che con l'avvocato Cerroni e la Colari tutti parlano e trattano, non ultimo Gianni Alemanno, che incontrò in gran segreto l'avvocato presso la sede della sua fondazione il marzo scorso, suscitando un vespaio di polemiche a destra.

Ora si ventila la sostituzione di Cappello con una dirigente interna, Giovanna Anelli (già Poste Italiane) o da Fiscon, e qualcuno vede in questa scelta il ritorno soft di Panzironi. Tuttavia per comprendere il senso dell'operazione occorre tener presente due aspetti. Il primo, strettamente interno ad Ama, attiene ai rapporti fra l'Ad ed il presidente Benvenuti, di stretta osservanza rampelliana. Una presenza politica la sua che con l'approssimarsi della campagna elettorale non può badare a spese sotto elezioni. Tanto che Cappello non pare abbia apprezzato i due milioni di spese per 'promozione e immagine' dell'azienda nei primi sei mesi di quest'anno, sui quali si è ampiamente diffuso (senza riscontro come al solito) Cinque Giorni la scorsa settimana.

E' poi molto probabile che altri siano stati gli elementi di forte frizione fra chi l'azienda vuol risanare e chi l'azienda vuol piegare alle esigenze della politica o addirittura della propria fazione. Basta vedere cosa sta avvenendo in consiglio regionale. Queste considerazioni ci introducono al secondo aspetto della questione. Che senso hanno tutti questi cambiamenti in aziende già di per sé disastrate, a sette mesi dalle elezioni? Cosa significa questo turbillon di poltrone, incarichi e prebende? Che senso hanno le recenti infornate di assunzioni a Risorse per Roma e Zetema, due società destinate a sparire con la spending review?

La risposta sta nei fatti: Alemanno deve soddisfare le varie fazioni del suo partito, ma soprattutto deve avere il controllo di quella che potrebbe prefigurarsi come la futura parentopoli. Rampelli può pur elargire chicche di etica politica sul caso Fiorito alla Pisana, ma se andiamo a vedere, e come lui gli altri, quanti uomini ha (hanno) piazzato in questa amministrazione negli anni, si può dire tranquillamente che in 4 anni e passa la destra romana ha conseguito il guinness del più cinico clientelismo.

Se il consigliere Fiorito (peraltro fra i fedeli di Alemanno, proconsole in Anagni) e la Pisana, vengono additati quale pietra dello scandalo, facciamo due righe di conto e cominciamo a computare fra i costi della politica capitolina questo perenne balletto di poltrone che costa ai contribuenti milioni in liquidazioni, emolumenti, assunzioni, consulenze ecc. A ciò si aggiungano i costi aziendali per autisti Atac e netturbini che ogni hanno si vedono cambiare i vertici, con altre promesse, altri proclami, alte grida che lasciano solo le cose come stanno nella palude di una politica dissennata.

Giuliano Longo