«Contro il Pd si faranno dossier»

0
35

Umberto Marroni, capogruppo del Pd al Consiglio di Roma capitale, negli ultimi tempi si è sentito preso di mira dalla stampa, in particolare dal Corriere della Sera, prima in occasione della cena “segreta” con Alemanno (che poi segreta non doveva proprio essere se “per caso” era lì presente il cronista del quotidiano), poi con la successiva presa di posizione, condivisa dal segretario regionale del suo partito, Enrico Gasbarra, di apertura all'Udc, letta da molti commentatori come un distinguo, una presa di distanze dal presidente della Provincia Nicola Zingaretti sulle possibili alleanze in vista della campagna elettorale del 2013.

«Chiacchiere e falsi scoop giornalistici» ci dice con un’alzata di spalle nel suo ufficio di via delle Vergini, sede dei gruppi consiliari. «Se il sindaco mi invita ad una rapida cena non ho motivo di sospettare una trappola. I rapporti istituzionali esistono e il calendario per i lavori in aula sul bilancio sono stati concordati nella riunione di tutti i capigruppo capitolini. In una sede ufficiale ed istituzionale e nella massima trasparenza. E poi -prosegue- chi vuol trovare a tutti costi motivi di divisione profonda nel Pd sappia che io ero ufficialmente un supporter di Nicola già due anni fa, dichiarato e scritto nero su bianco». Quel comunicato, ci dice, era soltanto un richiamo, una puntualizzazione sulle possibili alleanze «che non possono solo essere sociali ma anche politiche. Come se dei rapporti con il partito di Casini non si discutesse anche a livello nazionale…».

E allora dove sta lo scandalo? «La mia opinione – prosegue- è che si stia sviluppando una campagna, almeno a Roma, per la quale “tutti” sono uguali, cavalcando alla fin fine l'antipolitica montante che va di moda. Per far questo qualcuno ha bisogno di dimostrare che il Pd è stato in qualche modo partecipe della disastrosa gestione di Gianni Alemanno sulla scorta di accordi sotterranei. Di inciuci, per dirla tutta. Come se la nostra battaglia contro la delibera Acea e la holding delle società capitoline non avessero dato la botta finale al sindaco». È anche vero però che lo scorso anno l'accordo per i vertici Atac fu bipartisan. «Si è vero, ma in quel momento l'obiettivo era quello di salvare l'azienda». Gli facciamo notare che le recenti dimissioni dell'Ad Tosti non confermano questo intento. «Indubbiamente i frequenti cambi nei vertici di Atac ed Ama non portano verso nessun risanamento, anzi la mia impressione è che questa frenetica rotazione di nomine preluda a nuove parentopoli di qui alle elezioni».

Parlando del bilancio in discussione all'aula Giulio Cesare in questi giorni, Marroni puntualizza subito che il debito pregresso del Comune, che è servito ad Alemanno per giustificare la sua inerzia, è fisiologico e comunque non così grave da giustificare una politica di tagli indiscriminati soprattutto sul sociale. «In fondo – prosegue- l'amministrazione ha sempre disponibili 250 milioni di immobili da vendere, ma anche qui in modo selettivo partendo da quelli che non hanno utilità sociale. Per il resto, pur nelle difficoltà poste dalla spending review il problema sta sempre nella selettività e nei criteri di scelta». Sia come sia, fra tagli, parentopoli, inchieste, balletto degli incarichi l'impressione è che chi verrà dopo Alemanno potrebbe trovarsi ad amministrare le macerie. «Sono d'accordo. Così come temo che da qui alla primavera prossima ne succedano di tutti i colori».

Cosa intende? «Guardi, le avvisaglie si vedono sin d'ora. A parte l'attenzione della stampa nei miei confronti si moltiplicano gli attacchi a Nicola, spesso fondati sul nulla, ma intanto buttati là perché restino impressi nell'opinione pubblica meno attenta. Basta leggere l'intervista di Augello al Corriere del 6 settembre, per comprendere la linea di quella che più che una macchina del fango, si prefigura come una vera e propria campagna di dossieraggi che dovrebbe scoprire tutti gli altarini della sinistra. Ma oggi Zingaretti è forte perché conduce la sua campagna con profilo istituzionale, tentando di dimostrare a quel 50% di elettori che non sa chi votare o addirittura rifiuta il voto, che si può fare politica in modo pulito e diverso. Noi non siamo uguali a loro checché ne pensi certa stampa».

Giuliano Longo