La Polverini si dimette sul serio

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E' stata davvero una giornata convulsa quella di ieri per Renata Polverini, che sino a domenica non aveva fatto altro che ricevere incitamenti a resistere dal Pdl del Lazio, con l'esclusione del sindaco Alemanno che in maniche di camicia aveva invitato in tv il suo partito e Renata ad azzerare tutto. Tanto che i media il giorno dopo avevano titolato "Alemanno molla la Polverini".

Ma non è stato certamente questo l'evento decisivo che ha indotto la Presidente alle dimissioni, annunciate in serata in una conferenza stampa al residence di Ripetta dopo averle anticipate nel pomeriggio ai suoi assessori. Anzi, sino a domenica lo stesso Casini aveva ironizzato sulle dimissioni dei consiglieri del Pd alla Pisana a conoscenza (se non complici) di quell'andazzo malsano al Consiglio. Non a caso ieri Luciano Ciocchetti vice di Renata ed esponente di primo piano dell'Udc, aveva escluso una scelta così radicale della Presidente che secondo lui avrebbe dovuto limitarsi a far adottare le misure di risanamento votate all'unanimità da tutti i parti la settimana scorsa. Nè sulla drastica decisione ha influito il timore della mozione di sfiducia al Consiglio che avrebbe dovuto essere presentata domani da tutti i gruppi di opposizione.

Che ormai le dimissioni fossero imminenti lo si è capito nel primo pomeriggio quando Renata è uscita dal colloquio con il segretario del suo partito Angelino Alfano silenziosa e rabbuiata. Ma il colpo decisivo l'ha inferto proprio lo stesso Casini, il quale più tardi, sicuramente bene informato del colloquio con Alfano e con grande disinvoltura rispetto alle sue dichiarazioni di 24 ore prima, toglieva il suo sostegno alla permanenza della Presidente nel suo incarico elettivo. Era evidente che, nonostante la sicurezza aggressiva che Renata aveva ostentato mercoledì in Consiglio, non avrebbe continuato a farsi arrostire lentamente, immolandosi alla causa di un partito ormai compromesso nella vicenda scandalosa di presunta distrazione dei fondi destinati al gruppo del Pdl, maneggiati con grande disinvoltura dall'ex capogruppo Fiorito.

Sino all'ultimo la componente degli ex An, soprattutto con Giorgia Meloni ma anche Gasparri, si era aggrappata alla speranza che la rottura, la definitiva rinuncia a quella poltrona sulla Cristoforo Colombo non avvenisse, tanto che l'autosospeso Fiorito, veniva in fretta e furia sostituito alla guida di quel gruppo da Chiara Colosimo, immediatamente attaccata sui giornali per i suoi trascorsi di cubista neo fascista e con il solo merito di avere 26 anni. Il cerchio si stringeva e l'indifferenza, gelidamente ostentata dal presidente del Consiglio Mario Monti, per le sorti della Polverini durante il colloquio di ieri a palazzo Chigi, le lasciava poche vie di scampo.

Il problema vero è che la vicenda laziale non rimaneva più circoscritta alla regione, scuoteva i vertici nazionali del partito del Cavaliere, che pur essendo stato il grande elettore di Renata ha cominciato a valutare l'entità del disastro che si sarebbe riverberato anche sulla sua immagine. Nei giorni scorsi qualche commentatore politico aveva preconizzato che la caduta della Presidente sarebbe avvenuta lunedì, giorno nel quale Berlusconi è solito compulsare i sondaggi della precedente settimana. E proprio di lì deve essere venuto l'input per una decisione che riporterà la nostra regione al voto. Se i sondaggi davano infatti il Pdl in ripresa oltre al 20% la vicenda Fiorito deve aver ribaltato un trend che sembrava favorevole alla attesa ricandidatura del mago di Arcore. Quindi tutti al voto, opzione sulla quale nei tempi e nei modi, Renata Polverini aveva già consultato il ministro dell'interno Annamaria Cancellieri, inizialmente con l'intento di indurre i consiglieri della Pisana ad adottare immediatamente tutti i tagli da lei proposti all'assemblea, ma con la intima certezza che la situazione per lei sarebbe stata insostenibile a breve.

Ora si va al voto. La legge prevede un tempo di 90 giorni dalle dimissioni del Presidente per indire le elezioni, 30 per predisporre le liste e non meno di 45 giorni di campagna elettorale. Si andrà probabilmente a votare in primavera in abbinata con politiche e comunali a Roma, ma per il centrodestra potrebbe verificarsi un effetto valanga sino a coinvolgere Lombardia e forse Campania. Terremoto annunciato per una classe politica che non ha saputo o voluto rinnovarsi e che ancora oggi cincischia sulla nuova legge elettorale, nonostante gli accorati appelli di Giorgio Napolitano.

Giuliano Longo