Se la “presidente pop” esagera

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Renata Polverini è pur sempre la “presidente pop de noantri e della ggente”, di una schiettezza popolana come quando alla Pisana esibì un completino bianco spiegando ai consiglieri dissipatori e crapuloni che le era costato “solo” 200 euro.

Spossata da tanta micragna e per compensare psicologicamente il trauma delle dimissioni cadeva poco dopo nello shopping compulsivo dedicandosi agli acquisti di scarpe lussuose nel centro di Roma, con tanto di scorta ed autista al seguito e poi facendosi beccare in via Monte Napoleone a Milano dove un semplice foulard Hermes non va mai sotto i 500 euro.
 

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Spese ben più raffinate rispetto alla plebea dissipazione di un Fiorito che usava la “plastica” della carta di credito con la disinvoltura degna di un boiardo della mafia russa. La combattiva Renata, che dice di venire dal popolo, se per popolo si intendono gli uffici dell'Ugl che lei ha frequentato dal basso sino al soglio supremo ed alla fama di segreteria generale del sindacato, mostra così un attaccamento ai beni materiali contraddetto dalla frequentazione dell'ascetico e cattolicissimo Luciano Ciocchetti, suo ex vice.

Una eleganza, quella di Renata, ben differente da quella ostentata, ma raffinata, della più attempata ministra Fornero. Renata ha un fisico scattante spesso evidenziato dagli attillati jeans a vita bassa e da corti giacchini. Tanto che resterà nell'immaginario collettivo quale la governatrice dello sportwear e poco altro.

Che poi sia abile nel palleggiare le situazioni, lo dimostra con la faccenda del voto regionale, ma che palleggi in contesti a dir poco inadatti, non ci era ancora noto. Ce lo rivela il Corriere della Sera che ieri pubblicava in cronaca una foto di repertorio dove l'allora presidente a pieno titolo, divertita ed in splendida forma, esibiva fra le mani un pallone agli studenti dal sorriso compiacente. Il contesto tuttavia non era il solito campo parrocchiale di calcetto donato generosamente a spese nostre, ma quello livido ed angosciante del lager di Majdanek con tanto di tetra ciminiera del crematorio sullo sfondo.
 

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Senza pretendere dalla Presidente comportamenti più sobri, avrebbe potuto evitare o quanto meno non esporsi ilare e gioconda all'occhio indiscreto della fotocamera. Ma Renata è schietta e poi come recita la celebre canzone: “Non sono una santa sono una donna”. Però quella foto svacca un pochino i reiterati e compunti pellegrinaggi di tanti esponenti della destra ai luoghi dell'olocausto o in terra di Israele. Una destra un tempo antisemita, che ancora oggi rialza la testa nelle sue frange estreme.
 

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Tutti commossi in fila nei lager e in Terra Santa dove però non li abbiamo mai visti sbattere ripetutamente la capoccia contro il Muro del Pianto a Gerusalemme non solo per mondarsi delle colpe storiche, ma soprattutto per fare ammenda dei guai che stanno combinando qui da noi.

Giuliano Longo

 

La foto del “Corriere” in cui Renata Polverini è ritratta nel lager di Majdanek con gli studenti