Il Vaticano fa shopping. E l’Idi rischia di fallire

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Il Corriere della Sera ieri dava notizia che "il Vaticano torna in pista per comprare un gran ospedale. E' il San Raffaele di Olbia, il sogno incompiuto di Don Luigi Verzè" aggiungendo che si tratta di una operazione complessa nell’ordine di 150 milioni.

La notizia in sé potrebbe anche suscitare soddisfazione per la provvidenziale attenzione della Chiesa alla patria sanità, nella quale peraltro è già massicciamente presente con il Gemelli, il Bambin Gesù, tante altre strutture e sino poco tempo fa l’Idi. Già l’Idi, l’istituto Dermopatico dell'Immacolata dei padri Concezionisti, proprietari anche del San Carlo di Nancy.

Ora, dirà qualcuno, ma cosa c’entra con Olbia? In qualche modo c’entra proprio perché su su per li rami, mentre il Vaticano pensa a consolidare e forse ad implementare il suo patrimonio ospedaliero, l’Idi ed il San Carlo possono divenire delle mine vaganti pronte ad esplodere. L’Idi infatti dalla fine di ottobre è soggetta ad una procedura concursuale ed in amministrazione controllata nel tentativo di mettere una pezza al buco di circa 600 milioni che il precedente patron della struttura, padre Decaminada ed i suoi collaboratori, avrebbe lasciato.

Un buco finanziario non molto distante da quello del San Raffaele di Milano sul quale il segretario di stato Cardinal Bertone aveva puntato le attenzioni con gli imprenditori genovesi Malacalza che dovettero poi cedere il passo al pavese Rotelli, re della sanità privata lombarda.

Sia detto per inciso che i Figli dell’Immacolata Concezione formano una Congregazione (in sigla CFIC) di diritto pontificio, fondata da Luigi Maria Monti, che ha lo scopo di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, dedicandosi alla cura degli infermi e alla educazione della gioventù orfana, abbandonata e bisognosa di assistenza in completa povertà. Alcuni fratelli, probabilmente forti del fatto che la legislazione della congregazione consente di non rendere pubblici i propri bilanci, hanno investito in immobili, imprese industriali, centri benessere e affari secondo alcuni poco chiari in Italia e all’estero.

Motivi che hanno contribuito alla crisi dell’istituto, venuta alla luce con l’inchiesta che vede indagati per associazione a delinquere, appropriazione indebita ed emissione di fatture per transazioni inesistenti, Franco Decaminada, fino al gennaio scorso consigliere delegato, il Superiore Provinciale, il rappresentante legale della Congregazione, il direttore generale del gruppo IDI, un consulente e il direttore del personale e responsabile della sicurezza.

Ora, che le gerarchie prefigurino ancora il grande polo sanitario cattolico è pur lecito, se la situazione dell’Idi e del San Carlo non presentasse prospettive tutt’altro che rassicuranti. Infatti, allontanato padre Decaminada insieme agli altri, il luglio scorso veniva nominato un nuovo presidente nella persona del prefetto Enzo Boncoraglio, che nel frattempo assumeva anche la funzione pro tempore di direttore generale, ed un nuovo consiglio di amministrazione proprio per evitare il fallimento dell'istituto, mentre i 1500 dipendenti del gruppo – medici, ricercatori, infermieri, impiegati – rischiano il posto e attendono lo stipendio dall’agosto scorso. L'obiettivo del nuovo vertice è quello di garantire per il 2013 il pareggio di bilancio ed eventualmente riaccedere al credito, mentre per quei 600 mila euro dovuti a creditori e banche si va cercando una via d'uscita soft e graduale, pur restando l'istituto sull’orlo del fallimento.

Nel frattempo l’Idi campa con qualche decina di migliaia di euro al giorno degli ambulatori e di altri servizi che servono a malapena per tenere in piedi le strutture ma non per pagare gli stipendi. Servirebbe a questo punto un intervento della proprietà, ovvero la benemerita congregazione, per pompare un po’ di liquidità che insieme a qualche decina di milioni di crediti bloccati, consentirebbe all’istituto di respirare ed ai dipendenti di sopravvivere. Ma la Congregazione proprietaria sembra sorda a questo grido di dolore. E i padri sanno anche che la procedura concursuale prevede a garanzia dei creditori, tutti beni mobili ed immobili che i Concezionisti possiedono in Italia. Sorprende quindi che le gerarchie possano ancora ambire alla struttura di Olbia, sempre che la notizia sia fondata, mentre qui a Roma può esplodere la polveriera. Con la differenza che mentre il San Raffalele era sostanzialmente una struttura d’eccellenza privata, il gruppo Idi fa riferimento allo stato del Vaticano garantito dal concordato, ma non dal diritto fallimentare italiano.

Giuliano Longo