Atac, sì alla delibera in house ma l’azienda va risanata

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La delibera approvata ieri in Consiglio comunale riaffida all’Atac la gestione del trasporto pubblico locale. Ovvio, diranno i nostri lettori, ma non tanto perché se non fosse intervenuto il referendum del 12 e 13 giugno dello scorso anno e le successive leggi, ad esempio quella sulle liberalizzazioni, il sindaco aveva già avviato l’iter per la vendita del 40% delle quote societarie con delibera 67 del 17 dicembre 2010 alla quale il Pd si era subito opposto.

Da allora in poi, ricorda il capogruppo dei Democratici Umberto Marroni, di cose ne sono successe, fra cui non ultima il cambio di quattro amministratori delegati dell’azienda, è stata bloccata la vendita di un altro 21% delle quote Acea.

Il problema è che questo affidamento in house del Tpl arriva già in grande ritardo per un’azienda che ha assolutamente bisogno di soldi e di crediti anche se è andata in rosso per il bilancio del 2011 di 179 milioni anziché i 349 dello scorso anno. Ragion per cui ricapitalizzare Atac è urgentissimo e ritardare di quattro mesi l’approvazione di questo affidamento in house è quanto meno da irresponsabili, parola del capogruppo del Pd Umberto Marroni.

Ma la conferenza stampa del gruppo capitolino del Pd, prima del voto in aula per l’approvazione dell’affidamento, è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione dell’Atac: ad ascoltare il vicepresidente della commissione trasporti Policastro e poi i consiglieri De Luca, Panecaldo, Zambelli e Valeriani, i quali hanno martellato per oltre un’ora con critiche argomentate, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli.

Intanto sotto il profilo finanziario perché Atac deve essere immediatamente ricapitalizzata per 240 milioni, pubblici e trasparenti, ma in un momento in cui la Cassa Depositi e Prestiti, ovvero lo Stato, non è certo di manica larga. Basti vedere come è andata a finire la richiesta di Alemanno dei 540 milioni per Roma Capitale, che fuor dai proclami del sindaco è stata respinta senza tanti complimenti.

Poi c’è il problema dei tagli e dei risparmi da subito, e feroci se si pensa che 7 milioni di km di percorrenze sono stati già tagliati con il risultato che le corse saranno sempre più rarefatte e le attese sempre più lunghe. Eppure il costo del biglietto è aumentato ma la famosa parentopoli, che ha consentito l’assunzione di mille dipendenti prevalentemente di staff o amministrativi, comincia ad avere i suoi nefasti effetti. Lo dice Policastro che ricorda come quest’estate Atac abbia dovuto rivolgersi ad una società di lavoro interinale per coprire i buchi degli autisti in ferie e garantire quel minimo di circolazione degli autobus che da luglio tutti abbiamo patito. Per di più si è ridotta la manutenzione di mezzi, come ha ricordato Valeriani, con il bel risultato di lasciare nei depositi l’allucinate percentuale del 30% dei mezzi, mentre la B1 sta ancora pagando il prezzo di un affrettato collaudo.

Panecaldo poi si è invece tolto il vezzo di calcolare il costo di parentopoli con le sue mille assunzioni: 30 euro per ogni cittadino romano, lattanti compresi, per trenta anni. Il bello è che la miracolosa vendita del patrimonio immobiliare dismesso (rimesse, officine ecc.) di Atac avrebbe dovuto portare nelle casse della società pani e pesci per 240 milioni, dei quali già 90 solo quest’anno. Ma sino ad oggi non si è mosso nulla eccetto il passaggio in commissione, come ha riferito Zambelli, delle procedure per vendere le strutture di Bainsizza (40 milioni) e san Paolo (30 milioni). Di immediato praticamente niente.

Ormai, nonostante i ripetuti cambi della guardia ai vertici di Atac, la frittata è fatta e toccherà a chi verrà dopo Alemanno ricollocare il trasporto pubblico in cima alla lista delle urgenze con un occhio alla viabilità, ai parcheggi di sosta, ai corridoi della viabilità, alle stesse corsie preferenziali tutte infrastrutture per le quali è stato fatto poco o nulla. Di qui l'impegno dei Democratici di “rifondare” Atac che per ora invece rischia di “affondare”.

Giuliano Longo

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