L’Udc dà l’addio al centrodestra

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Con un tortuoso (gesuitico) comunicato di venerdì l’Udc scaricava sostanzialmente Renata Polverini della quale era stata sino ad oggi alleata nel Lazio. La notizia in sè non è sconvolgente, comincia invece ad annoiare l'ossessiva attenzione mediatica su ogni sopiro che dal partito di Casini si leva. “Che farà Casini?”, “Cosa dice Casini?” “Con chi si allea Casini?”.

Uno stanco refrain che si ode nei palazzi romani e si diffonde giù giù per li rami ai territori soprattutto laddove si voterà. Per restare a Roma l’alleanza con l’astuto Perferdinando la vogliono ovviamente gli ex democristiani del Pd, senatore Lucio D'ubaldo in testa, ma la vagheggia anche il bersaniano capogruppo capitolino Umberto Marroni e la suggerisce sommessamente ma autorevolmente anche Goffredo Bettini. Nel Lazio la partita si chiude nonostante gli inviti dell’onorevole Francesco Giro che ancora venerdì si profondeva in salamelecchi nei confronti di Casini, Ciocchetti, Dionisi, Rao, Saccone «persone che stimo e con le quali il dialogo è sempre stato possibile».

Eppure l’Udc molti la vogliono sia a sinistra che a destra. Fascinoso “profumo di (prima) donna” di questo partito che vuol fare la lista Monti, senza che Monti si possa candidare perchè già senatore a vita. Poi propone Riccardi a sindaco di Roma, mentre questi ancora venerdì rispondeva picche a Belpietro nel corso della sua trasmissione “La telefonata”. Il mitico Riccardi, espressione della altrettanto mitica, indefinibile e nebulosa “società civile”, che nel frattempo si è apparentato con Montezemolo (per Monti ovviamente).

Una Udc che profumerà pure ma non dovrebbe affascinare più di tanto con il 4% dei consensi che i sondaggi le accreditano a Roma. Lei, l’Udc, si comporta invece come la signorina Tintimiglia che tutti vogliono e nessuno se la piglia. Si presenta moderata, ma poi lascia Ciocchetti a difendere Renata Polverini sino a venerdì; dice che non sta nè di qua e nè di là e poi preme su Zingaretti per entrare in coalizione alle regionali (profumo di poltrone). Si muove con cautela turibolare facendo credere di rappresentare il mondo cattolico del quale non è nemmeno uno spezzone. Ostenta importanza, sussiego, senso di responsabilità, ma il re è nudo, tanto nudo che il pur cauto Bersani finisce per accusare Casini di “politicismo”, ovvero pura tattica democristiana d'antan.

E allora perché in tanti corteggiatori per la matura signora imbellettata? Sempice, perché anche a sinistra si preferisce chiacchierare e spesso litigare sulle alleanze (fuori Vendola dentro Casini, fuori Casini dentro Vendola; Casini con Alfano ma forse con Bersani, Casini da solo, ma che farà Casini ecc. ecc. ecc.) anziché puntare le antenne su questa società del malessere che nelle periferie romane ribolle di rancori, non più di sola indifferenza, verso i potenti e la politica degli inciuci. Nel casino generale Storace, che ormai si candida a tutto con il suo presunto 2/3% di consensi, cazzeggia e si propone anche per le primarie a sindaco del centrodestra. Giorgia Meloni, sbarazzina e pimpante, è stimata invece al 20% a quelle nazionali del 16 dicembre. Segno evidente che oggi basta avere meno di 40 anni per riciclarsi ovunque, meno che nel lavoro, quello vero.

Tutti gli altri, Alemanno compreso, sono morti viventi che vagano alla ricerca di future collocazioni in un partito ridotto al 15%. Ma se a destra rimbomba il requiem, a sinistra si sentono solo trombette. Un bel pattuglione di primariandi dai quali dovrebbe miracolosamente sortire l'affossatore di Alemanno. Nei salottini e attorno ai caminetti della Roma che conta è tutto un bisbigliare, tutto un pissi pissi: Gasbarra, ma quando si decide?; Gentiloni, troppo moderato e poi sostiene Renzi…; Sassoli un po’ deboluccio e non conosce Roma; Patrizia Prestipino, e chi è?; Smeriglio boh, ma si candida?; Marroni, bravino ma non è un leader…. E così via, quasi in attesa di una decisione dall’alto se Bersani domenica vince.

L’allegra combriccola del Pd, più federazione di opposti che partito vero, rimuove languidamente la batosta Rutelli. Come se quell’esperienza non avesse insegnato che una sinistra romana esiste, ma strana, capricciosa, un po’ viscerale. «Dicci qualcosa di sinistra» (copyright Nanni Moretti) par di udire dalle periferie, dai luoghi del precariato, dalle sacche sempre più profonde del disagio, dal mondo del lavoro a rischio, dalle scuole occupate, dagli sfrattati disperati, dal ceto medio impoverito ecc. ecc. ecc.. Quella sinistra «strana e molto capricciosa», ma attenta e critica che domenica affollerà ancora le primarie del Pd ed inesorabilmente, ostinatamente domanderà al vincitore «dicci qualcosa di sinistra».

Giuliano Longo