Primarie Pd, un voto a sinistra

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Nel Lazio il day after delle primarie di coalizione si chiude con la partecipazione di oltre 300.000 cittadini dei quali 172.000 votanti solo a Roma città. Questo il dato indiscutibile ed unico della consultazione che si ripeterà domenica prossima con la sfida finale fra Bersani e Renzi.

Ieri, anche se lentamente, sono pervenuti i dati definitivi a livello nazionale dai quali risulta che hanno votato tre milioni e centomila cittadini con Bersani al 44,9%, Renzi al 35,5%, Vendola al 15,6%, Puppato al 2,6% e Tabacci all'1,4%. Ma il dato di Roma è diverso, anzi la Capitale finisce per essere più Bersaniana di certe roccaforti tradizionali del Pci, Pds e Ds, la famosa cintura rossa di Emilia Romagna, Toscana, Marche ed Umbria dove Renzi ha sfondato in più parti. Accantonando la valutazione sulla regione dove i dati grossomodo coincidono, la Capitale, fra le grandi città matropolitane, è quella dove Bersani vince con il 47% mentre Renzi se l’è giocata quasi alla pari con Vendola ottenendo rispettivamente un 25,9% contro un 23,3%.

Un inequivocabile voto di sinistra, intesa nel senso tradizionale, soprattutto nelle periferie dove il segretario del Pd stravince mentre Vendola la fa da padrone alla Garbatella, roccaforte peraltro della destrissima ed ex ministra Giorgia Meloni che domenica, pur di carpire qualche minuto di ripresa televisiva si è recata nel seggio di Campo Marzio per vedere “come si fa”. Non che la sinistra romana respinga il rinnovamento, lo svecchiamento o addirittura la rottamazione. In fondo l’età media dei dirigenti capitolini di Pd e Sel rientra già nel target di età che il sindaco di Firenze ha indicato, con un certo successo a quanto pare, al popolo della sinistra. Il punto vero è che questo stesso popolo che ha subìto il peso congiunto del governo di Renata Polverini e Gianni Alemanno, oggi vuole una svolta radicale e non moderata. Teme una deriva come lo fu la sconfitta di Rutelli e apprezza la scelta di “sinistra” di Nicola Zingaretti per la competizione del Lazio.

Una situazione politica che si è radicalizzata così come si sono acuite le contraddizioni sociali ed appesantito il malessere fra le classi popolari. Tentare di ammorbidire lo scontro per ricondurlo ad un alveo “moderato”, anestetizzato da una alleanza con l'Udc, significa non capire che le alleanze tattiche non contano per gran parte del popolo della sinistra, ormai tanto insofferente da premiare Vendola rispetto al quadro nazionale. Se saltano gli schemi del politicismo salta, almeno a sinistra, anche lo stereotipo mediatico della disaffezione verso la politica. In fondo la stesso conflitto di M5stelle per le candidature alle regionali e alle politiche lascia dubbi sulla trasparenza e sulle regole di un grillismo che a Roma (vedi art. pag.2) deve pur avere a che fare con la politica politicante, nonostante il radicalismo strillato del suo leader. C'è poi un altro girone di ritorno per questa sinistra con le primarie del 20 gennaio per la scelta del candidato sindaco. Bel match per i cinque candidati più o meno ufficializzati che scenderanno sul ring, stretti fra una ineludibile domanda di rinnovamento del ceto politico e l'esigenza di una svolta radicale.

Se la corsa resta fra Sassoli, Marroni, Gentiloni, Patrizia Prestipino e forse Smerigio di Sel la partita si giocherà davvero su chi raccoglie più voti. Anche dopo il ballottaggio sarà difficile che la scelta del candidato a sindaco di Roma venga imposta da via del Nazareno a meno che non si tratti di una candidatura autorevole ma che al giudizio delle primarie dovrà sottoposi. Vagheggiare una soluzione moderata alla Riccardi o altro equivalente significherebbe demotivare il popolo della sinistra e mettere a rischio la riconquista del Campidoglio al ballottaggio. Se poi è vero che vincerà chi il 20 gennaio avrà più voti, il vero vincitore morale sarà chi con le parole ed i programmi terrà vivo il fuoco acceso domenica senza spegnerlo nella noia scontata delle decisioni dei salatini che contano. La partita si gioca nelle periferie ed il popolo vuole contare.

Giuliano Longo