Il nodo da sciogliere delle primarie Pd

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Se n’è accorto anche il segretario del Pd Romano Marco Miccoli che Gianni Alemanno sta facendo le valige, altrimenti non si spiegherebbe il colloquio che il sindaco di Roma avrà finalmente con Berlusconi questa sera.

L’intenzione di Gianni è quella di candidarsi al parlamento fra la schiera ormai ristrettissima di eletti che il Cavaliere concede agli ex An. Ottenuto il placet del Cavaliere Gianni approfitterebbe dell’election day a febbraio per dare le dimissioni a inizio gennaio e candidarsi anche a Montecitorio.

In verità qualche voce dall’associazione dei comuni italiani, Anci, si è levata contro il voto anticipato anche per i comuni, ma a Roma si gioca ben altra partita. Infatti se il Tar confermasse le regionali al 3-4 febbraio con la probabile vittoria di Nicola Zingaretti, le comunali successive potrebbero rappresentare una vera e propria debacle per il Pdl, eventualità che Berlusconi vede come la peste.

Ma l’anticipo del voto a Roma rappresenta una bella gatta da pelare per i Democratici che devono fare le primarie cittadine il 20 gennaio, data troppo ravvicinata per organizzare una campagna elettorale per il candidato prescelto. Il ministro dell'interno Anna Maria Cancellieri ha già indicato la penultima o l’ultima settimana di febbraio per le politiche. Ma i concorrenti del Pd non mollano, almeno per ora, e le primarie le vogliono ad ogni costo.

Umberto Marroni la sua campagna l’ha già avviata mentre l'assessore regionale Patrizia Prestipino si è messa in pista da mesi. Poi ci sono i candidati di peso “nazionale” quali Paolo Gentiloni che ha presentato il suo comitato elettorale (lo stesso che ha lavorato per Renzi) qualche giorno fa e l’eurodeputato David Sassoli che lo farà oggi. Gli altri, come l'ex assessore all’urbanistica Roberto Morassut e Sel, che vorrebbe candidare Peciola, per ora proclamano solo le loro intenzioni.

Succede tuttavia che la base del partito romano cominci a nutrire forti preoccupazioni per quest’andazzo. E’ il caso del coordinamento dei circoli dei luoghi di lavoro che proprio ieri, in un comunicato, parlava della necessità di evitare “inutili personalismi” e chiedeva una “forte, autorevole ed unitaria candidatura a sindaco”. Mentre i giornali ne sparano di tutti i colori: ultima La Repubblica di ieri che citava fra i possibili candidati “autorevoli” addirittura il vice segretario del partito Enrico Letta.

Un affollamento che ha dell'incredibile ma che potrebbe sfoltirsi se l’ex presidente della Provincia Enrico Gasbarra si decidesse finalmente ad uscire allo scoperto. Con o senza primarie? Ormai dopo la vittoria di Bersani il rito rappresenta il tratto distintivo del Pd in via di rinnovamento. Gasbarra è per di più il segretario regionale del partito artefice dell’operazione Nicola Zingaretti for president del Lazio, un ticket a due che sinora ha funzionato. Ma se questo affollamento di candidati non rappresenta una implosione di “personalismi” (tutto da dimostrare) rischia di incorrere nel vezzo della “conta” del proprio “peso” per ogni candidato. Un vezzo che Bersani ha sempre ostracizzato ma che a Roma trova facile esca nelle divisioni del partito che permangono, più o meno sotterranee, dal congresso del 2009.

Forse la frenesia di concorrere alle primarie è determinata dalla illusione di vincere facile su Alemanno, che invece si batterà all'ultimo sangue per dimostrare a re Silvio che lui conta ancora in termini di consensi e quindi si merita il seggio parlamentare. Grava poi l’incognita di Alfio Marchini, l’imprenditore sostenuto da Caltagirone e da quasi tutta quella Roma che conta nella finanza e nell'economia, forte di una eccezionale esposizione mediatica. Senza contare il movimento 5 Stelle che ancora oggi raccoglie nei sondaggi un 15% di consensi. Serpeggia allora il malessere alla base di un partito che deve fare i conti con una situazione sociale di inquietudine e sfiducia dalle conseguenze imprevedibili.

Giuliano Longo

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