Almaviva, crisi senza diritti

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La crisi sembra ormai coinvolgere pesantemente anche i settori tecnologicamente più avanzati della nostra città dove si continuano a perdere lavoratori qualificati e conoscenze pure indispensabili allo sviluppo verso la modernità di questa capitale. Il caso più eclatante riguarda il gruppo Almaviva che nasce nel 2005 dalla fusione del gruppo COS (contact center; 17.000 dipendenti), di proprietà della famiglia Tripi, e del gruppo Finsiel (informatica; 3.000 dipendenti).

Oggi il gruppo occupa più di 22.000 lavoratori, di cui oltre 12.000 in Italia (5.000 a Roma) e quasi 10.000 all’estero (9.000 in Brasile) con un fatturato che nel 2011 era di 730 milioni di euro, più di 400 derivanti dalle attività informatiche di Almaviva SpA. Solo nella sede principale di Roma i dipendenti sono 2.200. Un colosso insomma che comincia ad avvertire i primi scricchiolii e ricorre al taglio degli addetti per parare gli effetti generalizzati della crisi del settore della information and communication technology (ICT).

Già lo scorso anno dopo una trattativa brevissima, senza aver dato risposte chiare sul piano industriale e senza aver discusso degli altri possibili interventi di riduzione dei costi, l’azienda ha interrotto il confronto con i sindacati metalmeccanici e con le rappresentanze sindacali e il 18 dicembre 2012 ha comunicato la disdetta unilaterale di tutti gli accordi sindacali aziendali in vigore. Da allora sindacati e Rsu hanno indetto lo stato di agitazione e, dopo assemblee molto partecipate, c’è stato il primo sciopero che ha coinvolto tutte le sedi, con un’adesione superiore all’80% e punte del 90%.

Va detto che il periodo di relativa pace sindacale all’interno del gruppo era stato rotto dall’azienda già nell' agosto 2012, con la richiesta di Cassa integrazione straordinaria per “cessazione attività” di 632 lavoratori di Almaviva Contact che operavano sede di via Lamaro, storico insediamento della ex Atesia a Cinecittà. In realtà una parte rilevante delle attività tagliate non cessarono mai ma furono trasferite a Rende (altra sede di Almaviva Contact) in Calabria, dove proseguono regolarmente.

La trattativa svolta presso la Regione Lazio (proprio nei giorni della crisi della giunta Polverini) si era conclusa senza accordo e, il 26 settembre, l’azienda aveva iniziato la consegna delle lettere di collocamento in cassa integrazione straordinaria per tutti i lavoratori coinvolti. La principale ragione della difficoltà di Almaviva è comune a tutte le aziende del settore ed è rappresentato dal progressivo calo delle tariffe attraverso le gare al massimo ribasso, tanto che in alcuni casi l’ammontare non consente nemmeno di compensare il costo del lavoro derivante dalla semplice applicazione del contratto nazionale. Ciò va a discapito della qualità del servizio fornito e penalizza le aziende che applicano correttamente leggi e contratti e non fanno un ricorso “selvaggio” al lavoro precario.

Questa situazione si è ulteriormente aggravata a causa degli effetti della spending review decisa dal governo Monti che comporta una generale riduzione delle attività informatiche che la Pubblica Amministrazione appalta a privati. Per non parlare del ritardo infinito dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni che penalizza le aziende fornitrici ai limiti del fallimento soprattutto per quelle piccole e medie. Il timore ormai diffuso fra i dipendenti è che Almaviva, stretta dalla morsa delle banche e dopo un calo rilevante del fatturato, abbia deciso di tagliare drasticamente il costo del lavoro, procedendo con azioni unilaterali, di fatto rompendo la tradizione di relazioni industriali che ha caratterizzato la storia aziendale. Ma questa scelta apre la strada a una fase di conflitto e di incertezza in cui le iniziative di lotta si accompagneranno alle inevitabili azioni legali contro la disdetta, per contestarne la legittimità.

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