Piano rifiuti, storia di una bocciatura

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Ieri tutti i quotidiani romani riportavano con grande evidenza la bocciatura del TAR al piano dei Rifiuti di Renata Polverini e dell’assessore Pietro Di Paoloantonio, piano che di di fatto era già stato superato dal decreto del ministro dell'Ambiente Clini.

Il ricorso a suo tempo proposto dalla Provincia di Latina potrebbe alimentare la rivalsa di altre Provincie e Comuni della regione che di ospitare i rifiuti di Roma, più o meno trattati, non ci pensano proprio.

Si avvicina, fra le proteste delle popolazione della valle Galeria, il pericolo di una vera e propria emergenza rifiuti per la capitale nonostante Alemanno, prontamente smentito dal ministro, dia i numeri al lotto farneticando fantasiose percentuali di raccolta differenziata. Man mano che la vicenda rifiuti andava assumendo aspetti grotteschi Renata e Gianni avevano scoperto che il responsabile di tanto casino fosse solo Nicola Zingaretti, capro espiatorio dei loro vuoti di memoria. Tanto vale rinfrescargliela.

Alla fine del 2008 veniva varato il piano Marrazzo sui rifiuti che prevedeva 4 impianti di gassificazione per un totale di 8 linee, compreso l’inceneritore di Albano ad oggi bloccato. La raccolta differenziata avrebbe dovuto raggiungere entro il 2011 il 50% mentre oggi a livello regionale e a Roma non è nemmeno la metà. Poi dovevano essere allestiti 4 nuovi siti per produrre il combustibile da rifiuti (cdr) destinato ai gassificatori: 6 strutture per trattare l’umido e compost e l’ampliamento delle attuali discariche, fino al 2011, per un totale di 4,8 tonnellate di rifiuti. Nello stesso lasso di tempo si sarebbe dovuto provvedere ad una riduzione della produzione di spazzatura a monte (imballi, plastiche, metalli ecc.).

Questo piano fu attaccato per la vocazione prevalentemente industriale, facendo finta di ignorare le garanzie che gli inceneritori di nuova generazione, già ampiamente collaudati al Nord, avrebbero potuto offrire e che l'ampliamento delle discariche avrebbe dovuto cessare entro il 2011, proprio per non incorrere nelle penalità che la normativa europea prevede.

Nel frattempo era arrivato al potere Gianni Alemanno che da subito, con l’allora assessore capitolino all’Ambiente Fabio De Lillo, si era recato a Milano in visita pastorale per apprendere come trattano i rifiuti lassù. Poi, sempre alla fine del 2008, respingeva l’ipotesi, già da allora formulata, dei Monti dell'Ortaccio, mentre fa prorogare di un anno la mega discarica di Cerroni. Poi chiede astutamente a Marrazzo di indicargli un nuovo sito in alternativa alla satura Malagrotta. Marrazzo, non più commissario ai rifiuti dal giugno del 2008, abbozza e chiede viceversa al sindaco di indicare lui un sito alternativo del quale, dopo quasi 4 anni, si va ancora discutendo.

Così Gianni affida il compito di studiare la migliore allocazione della nuova discarica all’Ama guidata allora dai fedelissimi Klarke e Panzironi, più portati alle assunzioni che allo studio dei problemi complessi. Finge di fare la guerra al re della monnezza Manlio Cerroni a suo giudizio sempre favorito da Veltroni, mentre l’avvocato, che è uomo pratico, sta allestendo due linee di gassificazione a Malagrotta. E siccome Gianni è un sognatore, fa capire ai media che non gli dispiacerebbe una linea di incenerimento tutta sua, dell’Ama o del Comune. Un pò come l’A2A di Milano/Brescia e giusto per mettere alle corde il cattivo monopolista Cerroni.

Passa Marrazzo, passa Montino e purtroppo passa a miglior vita anche l’ex assessore ai rifiuti Mario Di Carlo fra i pochi a conoscere veramente la materia, e nella primavera del 2010 arriva tutta pimpante Renata Polverini ed il suo assessore Di Paolantonio. I quali, dopo una rapida occhiata a tutto l’andazzo della monnezza, decidono come Bartali che “gli è tutto sbagliato e gli è tutto da rifare”. Finalmente il 18 gennaio dello scorso anno la Pisana approva dopo due anni e passa il mitico piano dei rifiuti targato Renata. «Per la prima volta dopo troppi anni – afferma la presidente – questa Giunta e il Consiglio regionale consegnano al Lazio una gestione più moderna con un ciclo integrato dei rifiuti. Un piano che entra nel merito delle questioni, parte dalla raccolta differenziata ed arriva alla chiusura integrata del ciclo dei rifiuti, e ci porterà in Europa con uno strumento che ci consente di evitare la procedura d’infrazione». E l’assessore tutto gasato aggiunge: «L’approvazione del Piano è un passo decisivo che permetterà alla Regione Lazio di riconquistare il terreno perduto negli anni passati».

Gli elementi d’innovazione principali del piano stavano nella raccolta differenziata, la prevenzione e la riduzione dei rifiuti, l’utilizzo residuale delle discariche e la definizione dei confini amministrativi di gestione dei rifiuti (Ambiti territoriali ottimali, Ato). «Nelle discariche – era scritto- , che saranno di ridotte di dimensioni e utilizzate in maniera marginale, confluiranno, così come impone la normativa europea, solo rifiuti trattati o i residui della raccolta differenziata» con un obiettivo del 60% entro tre anni. Per quanto riguarda gli impianti di incenerimento o gassificazione oltre a quelli già attivi di Colleferro, San Vittore e Malagrotta si prevedeva il completamento di quello di Albano.

Fatto il piano rivoluzionario cominciano i guai. Prima il Commissario Pecoraro, poi l’intervento del ministro Clini e ancora il commissario Sottile, le proteste, lo scaricabarile fra Comune, Provincia e Regione, lo scandalo di una classe politica che non vuol decidere per non perdere voti. La Provincia intanto, utilizzando i fondi regionali, ha esteso la raccolta differenziata a quasi tutti i comuni dell’area metropolitana, mentre il Campidoglio l’ha avviata in alcuni municipi con esiti talora disastrosi come nel IV.

E dei piani regionali che ne è? Quintali di carta, di pareri, di perizie, di autorizzazioni, di studi che hanno alimentato le burocrazie degli uffici e le consulenze: annegati nella chicchera politica, negli inutili convegni, nel compromesso sottobanco, negli incontri segreti con Cerroni magari alla fondazione “Nuova Italia” di Gianni. Tempo perso per delegare poi tutto ad un governo che non c’è quasi più o ai soliti commissari straordinari che in Italia spesso si sostituiscono alla inettitudine dei politici, ma con risultati talora sconfortanti. E se il primato della politica si riduce a raccattar voti, magari sfilando con la fascia tricolore fra i manifestanti della Valle Galeria, c’è il rischio che i voti di quelle popolazioni non li prenda proprio nessuno. Nemesi della inettitudine.

Giuliano Longo