Storace torna in pista e “immagina” il pareggio

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Francesco Storace accarezza ormai l'ipotesi della sua elezione alla presidenza della Regione Lazio come fu il 30 marzo del 2000, quando stracciò il presidente in carica Piero Badaloni sostenuto dal centrosinistra.

Probabilmente non si illude di distaccare Zingaretti di 6 punti percentuali come accadde allora, ma il quasi pareggio lo alletta, forte della rimonta del Cavaliere che da 20 anni ce la fa quasi sempre.

Se Francesco non è proprio il nuovo che avanza, parrebbe il meglio che la destra laziale e capitolina oggi esprime, nonostante la timida apparizione della Lorenzin ed il peso sulla regione del commissario europeo Tajani.

Storace si iscrive così a quella classe dirigente che a Roma e nel Lazio proviene quasi tutta, Batman Fiorito compreso, dal neofascismo del Msi sino alla ripulitura di An nelle acque di Fiuggi. Considerazioni ideologiche se si vuole, dalle quali certa sinistra rifugge con orrore.

Una classe di governo che comunque non ha dato gran prova di sè con Gianni Alemanno e Renata Polverini. Non che Francesco manchi di esperienza. Vecchio lupo della politica, nasce nel ‘59 a Cassino e percorre tutti gradi della carriera nel Msi prima ed in An poi, per fondare il suo partito La Destra, il 3 luglio del 2007. Entra per la prima volta in parlamento nel 1994 e viene confermato nel 1996 per divenire presidente della Commissione bicamerale vigilanza sulla RAI dal 1996 al 2000. Anni di intensa attività politica alla “sinistra” di Fini con Alemanno entrambi impegnati nella Destra Sociale. Sino a diventare ministro della salute nel terzo governo Berlusconi.

Ormai sono passati quasi otto anni dalla sua presidenza alla Regione, ma molti ricordano ancora l’impronta decisionista e fortemente confessionale della sua gestione tanto da far approvare una legge di finanziamento sugli oratori cattolici al fine di esaltarne la funzione educativa e sociale. Ferocemente anti-abortista, con insistenza quasi maniacale, esaltava la famiglia come ombelico dell'universo accumunandosi in perfetta sintonia alla consigliera integralista Olimpia Tarzia rispuntata alla Pisana con Renata Polverini.

Francesco oggi vanta di aver aperto l’ospedale Sant’Andrea e altri centri di cura e dimentica che dopo la sua gestione fu scoperto quel baratro definito deficit della sanità laziale. Il vero deficit fu scoperto da Piero Marrazzo solo 18 mesi dopo. Fu allora che ad una verifica dei conti risultò un disavanzo strutturale al 31 dicembre 2005 di circa nove miliardi. Disavanzo che cumulava il deficit di tutte le passate amministrazioni ma che con Storace aveva avuto una forte accelerazione alla quale i suoi successori non misero certo rimedio. Fatto sta che il Lazio accese con l’allora governo Prodi un mutuo trentennale con lo Stato il cui costo per le casse regionali è di 300 milioni annui ed il governo si fece carico di coprire con proprie risorse il 50% del debito maturato prima del 2000.

Certo il deficit è deficit e le colpe, meglio le inettitudini, lambiscono tutte le sponde politiche, ma nel 2005 si avviò anche l’indagine “lady Asl” che culminò nel luglio 2006 con gli arresti dell’ex capo di gabinetto di Storace, Marco Buttarelli e del consigliere regionale di Forza Italia Giulio Gargano, arrestati con altre cinque persone. Tutto era nato dalle confessioni di Anna Iannuzzi (“Lady Asl”) e di suo marito Andrea Cappelli per falsi mandati di pagamento e probabili tangenti pagate per ottenere illeciti benefici.

Insomma, Francesco Storace fra difetti e pregi, non si può certo definire il nuovo che avanza. Lui indubbiamente sa comunicare e parafrasando lo slogan di Zingaretti lo sfotte dicendogli “immagina di perdere”. La replica potrebbe essere: “immagina se vince Storace” che è stato uno dei più tenaci sostenitori di Marine Le Pen del Front National che nello scontro con Hollande ottenne il 20% dei suffragi al primo turno. Anzi, Storace, solo un anno fa, aveva in mente di costitute con Marine un “Fronte delle nazioni europee” contrario alle politiche di Bruxelles e all’euro. Su una linea che fa da pendant alle posizioni della Lega in Lombardia ma soprattutto al populismo antieuropeista del Cavaliere.

Il cerchio si salda e anche il Lazio rischia di rimanere schiacciato dal populismo. «Altro che Grillo» come ebbe a dichiarare lo stesso Francesco dopo il voto francese.

Giuliano Longo