Le ragazze pon pon di Alemanno

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La campagna elettorale divampa e come si usa per ogni conflitto che si rispetti, tutte le armi sono buone per demolire l’avversario. Purchè siano armi vere e non le classiche bullshit della destra che nel Lazio è destinata a perdere se non altro per la incontrollabile avidità di molti suoi esponenti.

Così ieri a Uno mattina Rai non poteva mancare, nel corso di una intervista al candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Nicola Zingaretti, la polpettina, impastata, condita e avvelenata per tempo, dei finanziamenti della provincia a Cinque Giorni. Notizia che fa periodicamente il giro del mondo per “incastrare” Zingaretti, il quale ripete nuovamente quanto detto e scritto mille volte: la Provincia ha acquistato spazi pubblicitari su Cinque come li acquista su tutte le altre pubblicazioni.

Si scatena allora a comando la danza dei comunicati. Si parte dai 500.000 euro in un anno al nostro giornale che vanno via via riducendosi a 300.000 in quasi cinque anni. Poi siccome non basta si dice che quei soldi sono stati dati per “affidamento diretto” come se la pubblicità si potesse pianificare ed acquistare con bandi di gara.

Infine ci sono i geni della finanza, le volpi dei bilanci, i detective degli intrecci societari. E’ il caso di tal Di Cosimo, che sarebbe il vice coordinatore vicario (quello vero è scomparso) del Pdl di Roma, il quale scopre, udite udite, che il nostro giornale ha una concessionaria di pubblicità, presumendo, nella sua infinita incompetenza, che i giornali la pubblicità se la debbano cercare con il cappello in mano agli angoli delle strade. Sì, proprio come i barboni.

Poi ci sono gli esorcisti quali lo sconosciuto consigliere Cassone, che accusa Cinque di “demonizzare” quotidianamente Alemanno, detto “Il Pio” (non nel senso del pulcino, ma di santo), che non merita tanto livore. Anzi, non merita addirittura una opposizione, come ai tempi del Duce (bei tempi quelli, vero Cassone?).

Poteva mancare al coro l’onesto Tredicine che da anni deturpa le più belle piazze di Roma con i suoi furgoni ristoro e i caldarrostai? Insomma un coro di sdegno che si leva da nobili petti nutriti per cinque anni alla pubblica greppia del Comune. Manco fossero le ragazze pon pon di Alemanno.

Annichiliti da questo fuoco di batteria di una destra romana poco avvezza alle critiche e più al maneggio (non in senso equestre), non possiamo tuttavia nascondere una sorta di auto compiacimento. Non ci amano, anzi ci odiano, questo s’è capito. E indubbiamente ci considerano alla stregua delle cronache di Repubblica, del Corriere della Sera e financo del Messaggero, giornali che quotidianamente tirano fuori uno scandalo dietro l’altro di questa amministrazione. Una amministrazione che da parentopoli alle consulenze a gogo, dalle assunzioni al disastro delle municipalizzate fino ai punti verdi qualità, ha dissipato quel patrimonio di risorse e credibilità che un tempo fu di Roma.

Noi siamo lusingati al limite del masochismo se pensiamo alle querele del sindaco Alemanno e del suo fido segretario Antonio Lucarelli, che corrugano la nostra fronte in attesa del giudizio finale dove la nostra verità emergerà da carte e documenti. Insomma ci lusinga essere considerati “demonizzatori” di Alemanno, che l’opposizione, Lui, la vorrebbe sempre soft, istituzionale e un po’ spartitoria. Come se Alemanno, che come vede un po’ di neve o un temporale l’unica cosa che è capace di fare sono gli scongiuri per evitare i soliti disastri per la capitale, fosse così generoso da non presentare il conto alla fine a chi ha finto di fare opposizione.

Una destra poco avvezza al fair play soprattutto quando il suo potere volge a un confuso e inconcludente crepuscolo. Per questi arroganti arrivisti del potere non esiste critica ma demonizzazione; non esiste la documentata denuncia ma la macchina del fango. Una destra sprecona ossessionata dai giornalisti che, per lorsignori, minano la sua improbabile credibilità.

Eppure questa destra al potere dispone di uffici di stampa con decine di collaboratori, di un numero infinito di pubblicazioni cartacee e on line, investe milioni dei contribuenti in sponsorizzazioni, pubblicità, eventi. Insomma una poderosa e costosa macchina da guerra per glorificare il suo sindaco.

Ma questi ceffi non sanno neppure dove stanno di casa i problemi dei romani. Non gliene frega niente delle buche che stanno inghiottendo Roma, come ampiamente documentato da Cinque. Non gliene frega niente dei trasporti che non funzionano, della metro B che è uno scatafascio e avvelena le giornate di centinaia di migliaia di romani mentre loro girano con le auto blu. Non gliene frega niente dei tanti sotto sfratto perché non possono pagare i salatissimi affitti di questa città o che una casa proprio non ce l’hanno perché loro nei soldi ci sguazzano.

E ora questi signori, per ottenere un passaggio sulle agenzie di stampa, tornano a blaterare su questa storia dei soldi della Provincia. Ci spieghino piuttosto, questi dilettanti della democrazia, come mai il nostro quotidiano è escluso dalla rassegna stampa del Comune, perché non è accessibile ai suoi dipendenti su internet, perché ne è stata bandita la presenza cartacea nei suoi uffici, perché da sempre, tranne miserande occasioni, è perennemente escluso dai budget pubblicitari delle municipalizzate o da quella rete di enti e società che attorno al Comune gravitano e campano.

Infine un suggerimento al sindaco storicamente meno amato dai suoi concittadini: eviti di farsi difendere dai suoi stanchi corifei, dalle sue trombette d’ordinanza e usi il diritto di replica, se si sente offeso o diffamato oppure prosegua sulla via delle querele.

Noi continueremo ad ascoltare le voci dai territori, a seguirne la cronaca, a raccontare le cose sino a quando il popolo, quello vero non quello precettato alle convention di Alemanno, giudicherà il suo operato di qui a pochi mesi. E se i romani in crisi di autolesionismo accetteranno di attendere metro o bus in tempi infiniti, di accalcarsi sui mezzi, di inciampare nelle buche o nelle sconnessioni dei marciapiede, di vedere la città deturpata nei monumenti che cadono a pezzi, di veder spuntare il cemento come un cancro nel verde, di contare gli assunti in Comune e nelle municipalizzate fra parenti, amici e fidanzate dei potenti capitolini, di navigare nella monnezza, di sentirsi insicuri nelle strade mal illuminate, di continuare a pagare i lussi della casta amministrativa e dirigenziale, di mandare i propri figli in scuole cadenti, di non poter godere di servizi efficienti se vecchi e disabili, di non disporre di alloggi popolari o finire nei lager dell’emergenza abitativa, allora paghi di questi splendidi trascorsi, eleggano ancora Gianni, gli diano ancora cinque anni per completare l’opera.

Giuliano Longo