Quando gli assessori di Storace finivano in galera

0
452
 

Sono passati meno di 7 anni da quando Lady Asl, al secolo Anna Iannuzzi vuotò il sacco di fronte al procuratore della Repubblica Capaldo, svelando il quadro terrificante di una sanità gestita senza scrupoli, dove il privato si faceva strada agganciando i politici, tra tangenti, convenzioni «comprate » e casse pubbliche spudoratamente saccheggiate.

Una macchia per l'amministrazione di Francesco Storace, allora governatore del Lazio sino alla primavera del 2005 quando fu battuto da Marrazzo. Le indagini presero avvio nel 2006 e coinvolsero ex assessori e numerosi funzionari dirigenti della Regione per una truffa che secondo i giudici consisteva nel sottrarre soldi alle Asl, attraverso fatturazioni e convenzioni fasulle.

 

Una storia di corruzione che tuttavia coinvolgeva direttamente la giunta precedentemente in carica perché l'imprenditrice tirò in ballo l'ex assessore ai trasporti Giulio Gargano che venne arrestato insieme all’ex capo di gabinetto di Storace, Marco Buttarelli, nel luglio del 2006 subito dopo le confessioni della Iannuzzi. Mese maledetto quel luglio del 2006: infatti oltre all'arresto di Gargano furono emessi ben 19 ordini di custodia cautelare. Così oltre alla Iannuzzi, il marito Andrea Cappelli, il loro commercialista Roberto Tondi allora già già detenuti, furono arrestati l'ex direttore generale della Regione Franco Schina e Francesca Peruzzi, già direttrice regionale della commissione Istruzione e formazione.

Agli arresti domiciliari finirono invece Giampaolo Scacchi, ex segretario di Simeoni e Damiano Colaiacomo che faceva parte dello staff di Schina. Il gip chiese inoltre alla Camera l'autorizzazione a procedere, non concessa, per l'arresto di Giorgio Simeoni, che nel frattempo era divenuto deputato di Forza Italia, ma era stato ex vicepresidente della giunta regionale con il governo di Storace. Simeoni era balzato all'onore delle cronache a causa dell'arresto dell'imprenditore ciociaro Roberto Perciballi, che in tre anni, con una rete di 13 società, avrebbe incamerato fondi della Regione e dell'Ue per oltre sette milioni e mezzo di euro.

Anche allora, nel dicembre del 2006, l'inchiesta venne condotta dal procuratore Capaldo che notificò un altro ordine di carcerazione a Franco Schina, quel dirigente della Pisana che dal luglio era già in carcere per i corsi di formazione fantasma di Anna Iannuzzi. Simeoni invece fu indagato con altri dieci funzionari della Regione dopo la confessione del suo segretario Scacchi inquisito a seguito di una denuncia presentata già nell'ottobre del 2004.

Dopo il tribunale del riesame, anche la Cassazione annullò l'ordine di custodia a Simeoni per le presunte mazzette ricevute da Lady Asl. «Sono perplesso e sbigottito» dichiarò allora mestamente Storace il quale ancora non sapeva che di lì a poco tempo nello scandalo della sanità sarebbe stato coinvolto l'ex assessore regionale alla Sanità Marco Verzaschi che nel frattempo era passato alla Udeur di Mastella per finire addirittura sottosegretario alla difesa con il governo Prodi, incarico dal quale si dimise appena circolarono voci del suo coinvolgimento nello scandalo. Una truffa che gli inquirenti stimarono di oltre 80 milioni e che arrivò a giudizio negli anni successivi fra patteggiamenti e condanne, anche se non è noto se il bottino sia mai stato recuperato e come.

Comunque fu un periodaccio di retate a catena che minarono la credibilità politica dell'amministrazione dell'attuale candidato alla presidenza del Lazio, ma che vennero alla luce solo qualche tempo dopo quando Francesco già era ministro della salute con il terzo governo Berlusconi. Probabilmente fu una fortuna per Storace che ormai lontano da ogni coinvolgimento diretto non fu costretto alla gogna delle dimissioni come Renata Polverini per il caso Fiorito/Batman. Dopo tanto potere e tanti onori, governatore, ministro ecc, in questi ultimi tre anni dovette limitarsi a gestire quei miseri 538.000 euro annui riservati al gruppo de La Destra alla Pisana, affollato e composto da lui e Buonasorte, più 720.000 euro di compensi per non meglio definite collaborazioni. Un po' pochino per chi sogna di gestire da martedì i miliardi della Regione Lazio.

G.L.