Sfruttati e repressi: la rabbia dei bottegai e il reclamo dei venditori

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Due proteste a distanza di poco meno di quattrocento metri: trait d'union il commercio e la crisi, le sue contraddizioni e i problemi mai risolti. In via della Pace hanno sfilato i bottegai storici insieme ai residenti. Poco più in là, al Pantheon, il corteo dei sindacati contro le aperture domenicali. Erano un centinaio in tutto, forse troppo pochi per un problema che a Roma riguarda da vicino migliaia di negozianti e lavoratori. In centro, poi, si tratta di una vera e propria questione d'identità. Un albergo al posto del Caffè della Pace, un androne di palazzo più ampio dov'è la camiceria Bazzocchi.

Finora sono soltanto voci ma per difendere due realtà storiche del centro storico di Roma ieri la Cna, insieme all''associazione Botteghe storiche, ha organizzato un presidio in via della Pace, al quale hanno partecipato poco più di cinquanta persone, tra residenti, commercianti e clienti affezionati. A raccontare la storia dello sfratto, iniziata nel 2009, che ha colpito lo storico bar a due passi da piazza Navona è Daniela Serafini che gestisce il caffè da 52 anni, e denuncia «la mancata trasparenza da parte dell''ente religioso proprietario dello stabile, il Pontificio istituto teutonico Santa Maria dell''anima, che ci umiliato e offeso».

Situazione analoga per Olimpia Bazzocchi, della camiceria in via del Tritone, gestita dalla sua famiglia dal 1907 e che oggi è sotto uno sfratto esecutivo. L'assessore al Commercio di Roma, Marta Leonori, si è presa l'impegno di mediare con la società proprietaria, sarebbe un segnale di tutela nei confronti delle botteghe storiche della città. «Di una legge nazionale che tuteli le botteghe storiche» ha parlato Giulio Antigoli, presidente Cna Città Storica, «per evitare interventi a spot che risultano poco efficaci. L'assessore Leonori ci ha parlato di tempi rapidi. Speriamo perchè la tutela delle botteghe storiche è paragonabile a quella del Colosseo». Parere condiviso anche da Lorenzo Tagliavanti, direttore Cna Roma, che ha ricordato: «Nel 1991 le botteghe erano 5mila, 3mila nel 2000 e sotto le 2mila adesso. Il centro non è solo un museo, bisogna contrastare questo fenomeno, Parigi lo ha fatto con una delibera. E poi bisogna parlare con i tanti enti proprietari di edifici, perchè è ora che diano anche qualcosa a Roma».

E dalle istituzioni capitoline invece, dopo l''impegno preso ieri dall''assessore Leonori, al Caffé della Pace, è arrivato anche quello del consigliere comunale del Pd Orlando Corsetti, vicino ad assumere nei prossimi giorni la carica di presidente della commissione Commercio: «Ci sono due delibere degli anni scorsi per difendere le botteghe storiche, ma a quanto pare non funzionano. Nei prossimi giorni, se dovessi ricoprire il ruolo di presidente della commissione, chiameró le proprietà per cercare di capire qual è il contrasto. Perchè non sembra ci sia un problema economico, quindi bisogna trovare un equilbrio tra la volontà dei proprietari degli stabili e chi gestisce le attività commerciali». Poco più in là, al Pantheon, il corteo dei sindacati. Mentre erano in discussione nelle aule Parlamentari le proposte di legge per regolamentare le aperture domenicali l'USB è scesa al fianco dei lavoratori del commercio, per dire «no al saccheggio di diritti e dignità che hanno subito i lavoratori del settore e per portare la voce di chi si è visto togliere anche il diritto ai giorni di festa».

Il nutrito presidio ha ottenuto un incontro, a piazza di Montecitorio, con una delegazione di parlamentari 5 Stelle, estensori di una delle proposte di legge. «L’incontro è stato soddisfacente – dichiara Francesco Iacovone USB Lavoro Privato – le nostre richieste sono state prese in seria considerazione e c’è stata illustrata la proposta che M5S presenterà alle Camere che in larga parte trova numerosi punti di contatto con le nostre rivendicazioni».«Il decreto del governo Monti, noto come “salva Italia”, come da noi profetizzato, sta producendo i suoi effetti nefasti – si legge in un comunicato – ed evidenziando le sue contraddizioni. La crisi del commercio non ha nessun collegamento con le aperture e la liberalizzazione degli orari ma nasce dalla mancanza di reddito diretto ed indiretto dei consumatori».