Atac nel caos, conti in rosso e nuovo cda: si lavora al risanamento

0
30
 

Il dimissionamento dell'intero vertice Atac è la prima bomba che il sindaco Marino e il suo assessore Improta dovranno disinnescare per evitare una deflagrazione che potrebbe squassare tutta la traballante macchina del Tpl capitolino. Certo, dopo il dimissionamento del cda di Atac (il terzo di era alemanniana) è importante capire come quel vertice verrà sostituito, anche se il Messaggero di oggi dà per scontata la nomina ad amministratore delegato di Danilo Boggi, attualmente alle Poste. Ma ancora più importante è comprendere quale sarà l'indirizzo politico che il sindaco adotterà per sciogliere un nodo che si è paurosamente aggrovigliato in decenni. L'assessore Guido Improta ha fatto sapere di aver avviato una accurata verifica sui conti della società di trasporto pubblico sommersa dai debiti, mentre incombono emergenze quali il pagamento degli stipendi di settembre-ottobre per il quale l'ex ad Roberto Diacetti stava studiando un piano per ipotecare i beni societari per 180 milioni di euro allo scopo di ottenere dalle banche un po’ di respiro. Un altro passo verso il baratro a fronte di un indebitamento con i soli fornitori di un miliardo di euro.

Che la barca scricchioli paurosamente se ne è accorto anche il direttore generale Antonio Cassano, promosso sul campo dal Pd nel corso delle ristrutturazioni dei vertici Atac, il quale ha chiesto a tutti i dirigenti che percepiscono anche 200.000 euro anno, di auto-ridursi lo stipendio del 10%. Misura che puzza di tardiva autodifesa per salvarsi le remunerative poltrone. Ma il nodo è politico. Non a caso in questi giorni, anche nel corso della stravagante session di team building a Tivoli, Marino ha sentito i capigruppo della sua maggioranza per verificarne l'orientamento in vista della riunione di domani. E bene ha fatto perchè al solo sentir parlare di eventuali privatizzazioni sinistra, destra e Cgil hanno cominciato a strapparsi le vesti alzando alti lamenti.

LEGGI ANCHE: Atac, decaduto il cda

Guai a toccare la roccaforte della sinistra e dei sindacati qual è Atac, sempre co-gestita da accordi trasversali anche al tempo di Alemanno. «L’ipotesi di privatizzazione dell’Atac vedrebbe nettamente contraria la maggioranza», dicono il coordinatore della maggioranza nell’Assemblea capitolina Panecaldo e i capigruppo D’Ausilio (Pd), Caprari (Centro Democratico), Giansanti (Civica Marino) e Peciola (Sel). «L’Atac è un patrimonio della città che va salvaguardato, la nostra posizione è quella di veder approvato al più presto, magari già prima della fine dell’estate, il contratto di servizio, secondo quanto già deliberato dall’Assemblea Capitolina otto mesi fa. Nessuna privatizzazione, ma solo la regolamentazione di un contratto già approvato tra azienda e Comune. Qualsiasi altra ipotesi vedrebbe assolutamente contraria tutta la maggioranza». Insomma, la sinistra mette le mani avanti, ma non spiega come il contratto di servizio possa far trovare i soldi che servono ad Atac per sopravvivere. 

Ad aggravare i sospetti di possibili privatizzazioni c'è l'apertura a sorpresa di Ignazio Marino al progetto di Holding comunale per le municipalizzate che voleva realizzare Alemanno a suo tempo  «stoppato» dal centrosinistra. Un segnale forte perché la holding si occuperebbe degli aspetti finanziari delle agonizzanti aziende capitoline e proprio nelle privatizzazioni, anche parziali, potrebbe trovare lo sbocco naturale a fronte di una perdurante recessione economica. Tanto più, come sostengono autorevoli esponenti del Pd regionale interpellati dal Corriere della Sera, che «le aziende pubbliche dei trasporti sono tutte fallite in Italia». Ma non a Milano dove l'Atm l'anno scorso ha ridotto i dirigenti da 42 a 22, mentre il blocco delle assunzioni e il complessivo ripensamento della rete risale al 2004. 

Giuliano Longo