Il Pd scalpita, ma Ignazio Marino tira dritto (perchè questa è la sua natura)

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«Se i partiti si aspettavano una serie di nomine politiche, si sono sbagliati: Marino non è un politico, non ha gente da sistemare». Questa la dichiarazione al Corriere della Sera di un anonimo molto vicino al sindaco. Una dichiarazione che gli farebbe onore (con i tempi che corrono), ma che denota un certo nervosismo e una notevole spregiudicatezza. Eh si, perché molti dei provvedimenti che riguardano le assunzioni a tempo determinato per figure dirigenziali o di  staff riguardano 60 incarichi assegnati per un costo attualmente inferiore di 400mila euro. Assunzioni più o meno in linea con quelle di Alemanno (che non dovrebbe essere un esempio da imitare) il quale nei primi 100 giorni imbarcò 50 persone più 18 «comandati» da altre amministrazioni. Poco male nell'ottica dello spoil system per il quale entrano i fedelissimi del nuovo sindaco e se ne vanno quelli del vecchio.

Diverso è invece il problema della sostanziale conferma dei dirigenti in organico, quelli che praticamente governano l'amministrazione. Infatti il sindaco Marino venerdì pomeriggio ne ha nominato 87 fra i quali spiccano una ex assessora di Alemanno e l’ex direttore del personale di Renata Polverini. Poi ci sono le conferme nei ruoli apicali di dirigenti (vedi www.cinquotidiano.it) che hanno governato le politiche dell'ex sindaco. Ora, che Ignazio non faccia sconti a nessuno, lo ripetiamo, è pur lodevole, ma che con queste nomine non dia proprio il segno del rinnovamento promesso, è innegabile. Ormai sulle cronache romane dilagano i commenti sui mal di pancia del Pd nei confronti del sindaco "fa da sè" e ci si intorcina sulle ingarbugliate questioni precongressuali di quel partito, ma forse il comportamento di Ignazio ha una sua logica che si concilia con la sua personalità e la sua vision di governo.

Partiamo dal fatto che in campagna elettorale fu lo stesso chirurgo a denunciare una certa freddezza del Pd romano nei suoi confronti. E forse aveva ragione perché la sua candidatura alle primarie (che poi trovò il convinto sostegno di Zingaretti) era, in qualche modo, piovuta dall'esterno con la proposta di Goffredo Bettini che a Roma conta molto, ma non rappresenta certo tutto il partito nelle sue varie lobbies. Il che giustificherebbe una certa diffidenza di Ignazio di fronte a questo partito complesso, diviso e turbolento nel quale lui non si identifica tout court. A ben vedere quello che doveva concedere l'ha concesso sia nella scelta degli assessori che nel suo staff. E allora questi cosa vogliono ancora? Sembra chiedersi il sindaco che per sua natura professionale è abituato a comandare in sala operatoria. Poi ci sono i suoi rapporti con la macchina amministrativa della quale ancora gli sfuggono i meccanismi. Ecco perché potrebbe aver deciso di confermare in gran parte chi l'ha governata sino ad oggi.

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Sia per non crearsi problemi immediati, sia perché è consapevole dei suoi poteri che gli consentono di cambiare i dirigenti quando vuole. Già qualche quotidiano, non proprio amico, scrive di possibili rimpasti di Giunta in vista dell'approvazione di un difficilissimo bilancio che non lascia trippa per nessun gatto. Ma ove ciò avvenisse significherebbe rinunciare alla propria immagine di sindaco fuori dagli schemi della politica (Renzi a parte), ma soprattutto accettare un compromesso con il partito che lo ha fatto eleggere. C'è quindi il rischio che il capo gruppo del Pd capitolino, che ha diffuso mezzo stampa le sue 10 irrevocabili condizioni, si senta rispondere dal proverbiale scorpione "ma cosa vuoi, questa è la mia natura!" facendo la figura dell'altrettanto proverbiale rana.

Giuliano longo