Acea, per il sindaco Marino deve restare al Comune di Roma

Dopo la notizia dell'emendamento nella legge di stabilità le dichiarazioni del sindaco rasserenano il clima politico

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Oggi il Messaggero in omaggio ai legittimi interessi dei Caltagirone, esulta per l’affondamento di quella che spregiudicatamente definisce la “norma truffa”, ovvero quell’emendamento che la senatrice Zanoni aveva presentato affinchè la supervisione la lavori della Metro C venisse demandata all’Autorità di controllo nazionale sugli appalti e i grandi lavori prima di continuare a cacciare soldi. Secondo il quotidiano l’dea dell’emendamento sarebbe maturata nelle segrete stanze   capitoline grazie alla longa manus  all’assessore al bilancio Daniela Morgante da tempo ai ferri corti con il collega ai trasporti Guido Improta. Oggetto del contendere l’erogazione dei 166 milioni al consorzio dei costruttori che Cassa Depositi e Prestiti e Comune di Roma avevano concordato il 4 dicembre. Palla ferma, uno a zero per Improta e i costruttori.

Purtroppo all’orizzonte spunta un’altro emendamento che questa volta non dovrebbe dispiacere al Calta. Parliamo di quello presentato da Linda Lanzillotta votato da M5S, Lega e Pd che prevede la vendita del 21% delle quote Acea, la privatizzazione dei trasporti, della raccolta dei rifiuti. Più il licenziamento dei dipendenti delle partecipate in perdita (vedi Atac), la messa in liquidazione delle aziende che «non erogano servizi pubblici», l’estensione dei vincoli del patto di stabilità sulle assunzioni e sull’acquisto di beni di tutte le società del Comune. Per ora è solo un collegato al Decreto legge salva-Roma, quello grazie al quale la coppia Marino-Morgante è riuscita a portare a casa il Bilancio 2013 con i 600 milioni del Governo.

Ma se l’emendamento dovesse passare nelle aule di Senato e Camera  sarebbe un botto per la sinistra romana che sulle quote Acea  fece una battaglia durissima contro Alemanno. «L’emendamento per privatizzare l’acqua è una follia», dice Umberto Marroni (Pd), deputato, ex capogruppo capitolino  il quale dimentica che dalla cessione dovrebbe essere scorporata la gestione delle acque già coperta da un referendum. Salvo poi glissare elegantemente su tutte le altre misure di risanamento previste nell’emendamento. Il dalemiano Pedetti se la prende invece con Linda Lanzillotta rea non solo di essere stata una fedelissima di Rutelli (come d’altronde Improta), ma di  aver effettuato la privatizzazione della Centrale del Latte «con dubbi risultati e dall’esito fallimentare».

Eppure quell’emendamento l’hanno votato anche i Democratici aprendo un possibile scontro fra il Nazareno, saldamente nelle mani di Renzi e il Pd romano che renziano non è. In questa contesa il Marino nega fermamente (e ci mancherebbe) ogni possibilità di cessione quote anche se  è alle prese con  il bilancio 2014 dove obbligatoriamente si dovrà mettere mano ai tagli e soprattutto ad una ristrutturazione di Atac e Ama.  Alemanno calcolava  che il 21% delle quote Acea potesse portare nelle casse capitoline almeno 250 milioni, quatto basterebbe per evitare l’aumento delle tasse e il default tecnico del Comune. L’alternativa l’ha già indicata Improta: 300 milioni dalla Regione per il Tpl e altri 70 dal Governo. Sempre nell’ipotesi che il residuo disavanzo si possa ancora scaricare  sul debito consolidato della Capitale magari rimborsabile allo Stato nei prossimi 100 anni. Si tappa un buco e si apre una voragine. Intanto Roma soffoca e sprofonda nella morta gora di sprechi, clientele, parassitismo e inefficienza e qualcuno in Parlamento se ne deve essere accorto.

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