Comune di Roma: se Renzi dà i soldi, Ignazio Marino ci farà sognare

Seduta fiume dell'assemblea capitolina. Presenti diverse figure autorevoli della scena economica e sociale romana

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E’ iniziata nel primo pomeriggio la kermesse nell’aula Giulio Cesare convocata dal Presidente Mirko Coratti, non per salvare Roma dai debiti ma per rilanciarne le luminosi sorti. Certo niente a che vedere con gli “stati generali” strombazzati anni fa da Alemanno e che peraltro costarono una botta di soldi, ma tutto più sobrio ed istituzionale. Eppure c’erano tutti tra comitati, associazioni, rappresentanti di categorie e semplici cittadini. Anche il rettore di Tor Vergata Giuseppe Novelli, il direttore della Caritas monsignor Enrico Feroci, il vicepresidente di Unindustria Attilio Tranquilli e il presidente dell’Acer Edoardo Bianchi. Un parterre di riguardo al quale Coratti ha ribadito che «Roma ha risorse e competenze per farcela da sola» perché non è sull’orlo del fallimento. Anzi, pretende soldi che sono dei cittadini romani, ripetendo un Karma che ben difficilmente convincerà Governo e parlamento.

ATTESISSIMO L’INTERVENTO DI MARINO – Ma l’intervento  più atteso è stato quello del sindaco in gran forma e battagliero che subito ha attaccato gli iettatori che auspicano il fallimento della Capitale senza tenr conto che il patrimonio immobiliare e societario è «enormemente superiore ai debiti che in questi anni sono stati contratti». Certo, ha aggiunto, «razionalizzeremo, valorizzeremo e metteremo a reddito, tagliando gli sprechi e assicurando la tutela e la salvaguardia del lavoro e dei lavoratori» ma non abbiamo chiesto «agli italiani di coprire con le loro tasse il disavanzo con cui Roma ci è stata consegnata nel 2013, ma la semplice restituzione di risorse che avrebbero dovuto sin da subito essere assegnate ai cittadini romani e non alla gestione commissariale». Riferendosi al cosiddetto salva Roma Tre ha negato che la Capitale sia in qualche modo “commissariata” dal Governo perché «quello che ci viene chiesto è di esplicitare quegli interventi di razionalizzazione della spesa, già previsti dalla normativa vigente (e allora a che serve il decreto legge? ndr)». Una cosa è certa, Marino non metterà in liquidazione le municipalizzate, ma al limite si potranno prevedere «fusioni, incorporazioni, senza escludere forme di apertura a nuovi soci pubblici o privati interessati allo sviluppo del business.» Nel frattempo lo staff del sindaco ha già calcolato i costi aggiuntivi che essere Capitale comporta:  alcune centinaia di milioni (si dice 300) che non possono gravare sul bilancio di Roma, ma «devono essere coperti dalla fiscalità generale (lo Stato,ndr) con modalità certe e stabili nel tempo».

SOTTRARSI AL PATTO DI STABILITÀ – Per raggiungere questo obbiettivo «dobbiamo avere la possibilità di utilizzare le risorse sottraendole dalla gabbia del patto di stabilità» soluzione piuttosto improbabile dati gli impegni assunti dal Governo con l’Europa. Solo allora si potrà aprire il libro dei sogni: manutenzione, la rigenerazione urbana, soldi ai municipi, cura delle persone e del territorio, cultura, nuova occupazione, sviluppo delle imprese ecc. ecc. ecc. Poco convinto dall’entusiasmo di Marino è sembrato il presidente dell’Acer, Edoardo Bianchi che ha parlato «di una situazione di pre-stallo, una situazione da cui si rischia di non poter più tornare indietro» per un settore delle costruzioni che in pochi anni ha perso 24.000 addetti. «E’ ingestibile – aggiunto – avere un Comune con il 95% della spesa di bilancio impegnata per la spesa corrente» quindi «è necessario razionalizzare e ottimizzare la galassia di società che ruota intorno al Comune di Roma, con aziende che anche se operanti in regime di monopolio ne escono sempre in perdita».

L’INTERVENTO DEGLI INDUSTRIALI – Nemmeno il vicepresidente degli industriali Attilio Tranquilli è parso irretito dal discorso del sindaco. «Marino dice che la Capitale d’Italia non può fallire, perché fallirebbe la vita di 2 milioni e 600mila cittadini, ma i numeri in realtà dicono il contrario: Atac e Ama assommano da sole 3 miliardi di euro di debito. Sono queste aziende che gestiscono la vecchia logica di fare politica che manda in rosso il bilancio di Roma». «Renzi – ha proseguito – dice che dobbiamo contenere i costi e riportarli ai livelli standard dei grandi Comuni italiani, e adottare nuovi modelli di tpl e raccolta dei rifiuti anche ricorrendo alla liberalizzazione, il che non significa privatizzare, ma superare il monopolio, che anche quando è pubblico non è mai positivo». Insomma, ha sottolineato Tranquilli «bisogna avere il coraggio di fare sacrifici, uscendo dall’alibi del ”prima sistemo le società e poi le metto sul mercato”». Si sono poi susseguiti vari interventi, incluso quello della comunità di Sant’Egidio che ha rivendicato l’aumento della spesa sociale in una situazione esplosiva, e ciascuno ha recitato la sua parte diligentemente. Ma ormai la linea del sindaco è chiara: dobbiamo avere di più perché ci spetta, e se i soldi non ci sono si allentino i vincoli quel patto di stabilità che anche molti comuni chiedono, senza essere tuttavia seppelliti dai debiti come Roma.

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