Comune di Roma, mobilità a gogo per i dipendenti capitolini

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Forse ha davvero ragione il sindaco Ignazio Marino quando invita a non chiamarlo “Salva Roma (ter)” quel decreto che sta andando in discussione alla Camera e successivamente all’esame del Senato perché ad una prima scorsa degli emendamenti presentati potremmo tranquillamente definirlo il “Controlla Roma uno”. Certo, vengono concessi 120 giorni anziché 90 per la presentazione di quel piano triennale dal rientro dal debito sul quale si giocano le sorti future del Campidoglio. Solo che, oltre a Governo e Parlamento, il piano dovrà passare al vaglio anche della Corte dei Conti della quale l’assessore al bilancio Daniela Morgante è membro in aspettativa e poco disponibile a giocarci la faccia su un piano che sia men che rigoroso.

FONDI PER LA DIFFERENZIATA – Viene anche ripescata la norma che attribuisce a Roma 22,5 milioni per la raccolta differenziata che si era persa per strada, ma la parte innovativa del decreto riguarda la sorte delle municipalizzate e del loro personale. Infatti al Comune viene  consentito di liberalizzare, privatizzare, vendere quote o dismettere queste società. E in merito alla occupazione il documento risulta molto chiaro: «Al personale in esubero delle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni, risultante privo di occupazione dopo l’espletamento delle apposite procedure di mobilità verso altre società, la precedenza – a parità di requisiti – per l’impiego di missioni afferenti a contratti di somministrazione stipulati dalle stesse pubbliche amministrazioni per esigenze temporanee o straordinarie proprie o di loro enti strumentali.» Il che, in soldoni, significa assoluta mobilità non solo da una municipalizzata all’altra ma anche verso altri impieghi amministrativi addirittura a tempo e sulla base di particolari esigenze del Comune.

DIPENDENTI COMUNALI NEL MIRINO – Per il personale eccedente valgono invece le consuete procedure ivi compresi il prepensionamento e la cassa integrazione. Una disposizione che farà rizzare le orecchie ai sindacati e soprattutto ai partiti di sinistra, ostili alla macelleria sociale, mentre Marino non pare gran che propenso a privatizzare o liberalizzare. Opposizione di principio che potrebbe cozzare con i numeri del bilancio 2015 e con una capitale sempre a rischio default se il piano di risanamento capitolino non affonderà il bisturi da qualche parte.

IL COMUNE CHIEDE PIÚ SOLDI – Per ora ci si accapiglia sull’aumento di alcuni balzelli (Tasi, tassa di soggiorno, musei ecc.) mentre si glissa sul discorso dei tagli. In fondo il sindaco rimane convinto che il Governo non potrà mai consentire il fallimento della Capitale, così per le spese della santificazione dei papi alza la posta dai 5/6 agli 8 chiesti ieri al ministro Del Rio. Una linea, questa del batter continuamente cassa al governo, che sta già suscitando molti malumori anche se l’approssimarsi delle europee li mette per ora del tutto in sordina.

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