Atac, azienda-voragine che inghiotte milioni in stipendi

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Chi l’ha definito pasticcio del Governo, chi imboscata del partito del Nord tenace avversario di “Roma ladrona”, ma comunque si voglia definirlo è un chiaro segnale di malumore di parte del Parlamento nei confronti di quel “Salva Roma” che ha consentito a Marino di chiudere il bilancio del 2013 con l’aiuto del Governo. Fra le contestazioni al decreto quella leghista puntava il dito proprio su Atac, la più grande azienda di trasporto pubblico in Italia, ma di  fatto una voragine che inghiotte milioni. Anche quest’anno l’Atac chiuderà in perdita forse per 200 milioni che sommati alle perdite di 2011 e 2012 raggiungono quota 500. Senza dimenticare i 319 milioni del 2010 e i 91 del 2009 .

Il quotidiano economico “Sole 24 Ore” calcolava recentemente che le perdite cumulate da Atac in 10 anni ammontano a  1,6 miliardi. «Nel 2010 Atac si è mangiata tutto il patrimonio e due anni fa è stata ricapitalizzata per un miliardo. Altri due anni come il 2013 e Atac sarà di nuovo senza capitale». Questa la sconsolata conclusione del quotidiano. Eppure in soli 5 anni in Atac si sono succeduti ben 5 amministratori delegati più uno stuolo di dirigenti a vari livelli senza che si ancora si veda all’orizzonte un piano industriale per l’azienda già gonfiata dalle assunzioni della parentopoli alemanniana. Dal punto di vista societario un’azienda dai ricavi troppo bassi e dai costi troppo elevati si avvia rapidamente al fallimento, eppure le politica ci mette ancora il suo zampino.

Com’ è successo con il recente decreto mille proroghe (Salva Roma) che blocca i licenziamenti e le eventuali, sia pur parziali, privatizzazioni per le municipalizzate romane. Su questa scelta dissennata si sono spese le migliori energie dei parlamentari Romani, destra e sinistra unite nel consociativismo che guarda a quel bacino di voti rappresentato dagli oltre 12.000 dipendenti Atac. L’assessore alla Mobilità, Guido Improta recentemente ha scoperto l’acqua calda ‘rivelando’ che l’evasione tariffaria sfiora ormai 30-40%. Mentre l’aumento del prezzo del biglietto a 1,5 euro , intervenuto lo scorso anno, non ha spostato di nulla l’incremento dei ricavi che rimangono inchiodati ad un misero 30%. di fatturato. Mezzo miliardo viene dal contributo pubblico del contratto di servizio con Comune e Regione.

Ma questi soldi spesso rimangono sulla carta come crediti perché la Regione, attanagliata dal debito sanitario, versa quello che può. Eppure  si ricorda che l’amministratore delegato Bertucci, fedelissimo di Alemanno, non contento dei suoi 300mila euro anno, nel 2010 si fece approvare dal cda  un contratto di consulenza  giuslavoristica da 219mila euro bloccato in zona Cesarini dal collegio sindacale. O ancora Giocchino Gabbuti, transitato da amministratore delegato di Atac ad ad di Atac Patrimonio che nel 2013 oltre al fisso di 350mila euro, si fece riconoscere un premio (de che?) da 245mila euro. Se a questi esempi si aggiungono le liquidazioni di tutti e 5 gli ad rottamati, più quella del direttore generale in quota Pd Cassano e di altri dirigenti, si comprende come la vacca finisca per essere munta nel pieno rispetto della legalità contrattuale.

In questo film horror non mancano gli scandaletti sui biglietti falsi o l’opacità di alcune forniture e appalti o ancora il peso delle consulenze.  Cambia la guardia e Marino, grazie ai buoni uffici di Improta, fa  sbarcare in via Prenestina il milanese Broggi che ancora non ha presentato, dopo 6 mesi, il suo piano industriale forse in attesa di capire come butterà il bilancio capitolino del 2014. Intanto fa un’altra imbarcata di dirigenti in parte legati all’ex AD Basile. A volte ritornano, ma costano. Come se non bastasse la conflittualità sindacale  aumenta. La “trimurti”, Cgil, Cisl e Uil mette le mani avanti contro tagli e privatizzazioni.

Gli autisti guidati dalla Quintavalle chiedono altre mille assunzioni e bloccano gli straordinari mentre la rappresentanza sindacale si polverizza in una miriade di sigle che si agitano nelle sfida di chi fa la voce più grossa. Il risultato è sotto gli occhi di quel 25% di romani che usa il mezzo il mezzo pubblico (una percentuale da terzo mondo) che ritornerà alla bicicletta come negli anni 50. Correndo impavidamente il rischio di venir asfaltati dal caotico traffico cittadino.

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