Pd Roma, sfida Cosentino-Giuntella: ma restano le divisioni

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Fra  spinte, schiaffoni e denunce si è chiusa la scorsa settimana la votazione per il futuro segretario del Pd capitolino. Troppe tessere strillava qualcuno che magari decenni fa avrebbe fatto le scale dei palazzi in ginocchio per strapparne qualcuna ai cittadini indifferenti. Rinnovamento, rinnovamento strillavano altri magari in sostegno del giovane Lionello Cosentino, anni 62, già assessore regionale e senatore  sponsorizzato da quell’altro autorevole giovanotto, Goffredo Bettini, che giusto sabato sera a casa di Rutelli, festeggiava i suoi 61 anni fra gli abbracci della Roma contona (che conta).

In compenso il 27enne Tommaso Giuntella, sostenuto dalle diverse anime dalemian/bersaniane finalmente unite nella lotta, veniva dato per un giovane proveniente dai territori, smentito dai tenaci avversari che lo definivano come un tipico prodotto d’apparato. Alla fine della fiera Lionello vince con il 45,8% segue distaccato Tommaso al 34,22%, a tre lunghezze, il renziano Tobia Zevi con il 15,42% e distaccatala la civatiana Lucia Zabatta inchiodata al 4,55%. Nessuno ha raggiunto e superato di poco la fatidica soglia del 50 per cento: quindi spetterà mercoledì pomeriggio all’assemblea degli eletti decidere il ballottaggio fra il primo e il secondo arrivato. Da giorni, fra la generale e assoluta indifferenza popolare, le cronache locali si sbizzarriscono nel descriverci quali delicate trattative siano in corso per sventare un voto che potrebbe segnare una frattura del partito.

Da morir dal ridere per un partito che si trascina rancori, divisioni di lobby e quant’altro almeno dalla sua fondazione con Veltroni. Eppure questo Pd riesce ancora a vincere le elezioni in Regione e Comune. Mistero glorioso di una sinistra che rimane radicata più nelle menti degli elettori che sui territori. Chiunque vinca alla segreteria, rimane la ferita (o la traccia per i colpevoli) di uno spettacolo indecente anche per quelle tradizionali lobbies o correnti che un tempo si davano un minimo di aplomb. In queste condizioni rimane una pia intenzione l’argomentazione che il nuovo segretario romano possa ricondurre il sindaco Marino alla ragion politica dopo alcune sue ostentate intemperanze, perché la sua forza sta proprio nella debolezza frammentata del Pd. Che, se ci pensate bene, è anche la forza di Matteo Renzi che del partito ha bisogno per scalare le vette di palazzo Chigi. Nè più ne meno.

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