Comune di Roma, dimissioni Morgante non sono piaciute al governo Renzi

Dopo l'addio alla giunta sale il chiacchiericcio sul rimpasto. Mentre cresce il peso politico dei renziani romani

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Non è certo confortante per Ignazio Marino, già bersagliato dai media più o meno interessati come Il Messaggero, ed in calo nei sondaggi che lo danno al 39% nel consenso dei romani, perdere un pezzo importante della scacchiera messa faticosamente a punto dopo le sua elezione. Lo stesso Alemanno, che di rimpasti di giunta ne fece parecchi, non si trovò mai di fronte alle dimissioni di un assessore per divergenze di linea e di scelte come ha fatto Daniela Morgante e quando sostituì nel 2011 Luigi Leo con Carmine Lamanda al bilancio lo fece per riequilibrare i rapporti interni alla sua maggioranza. Ora par di capire che, una volta assunta la delega che fu della  Morgante, il sindaco sia costretto a congelare tutto almeno sino a dopo il voto europeo e l’approvazione del bilancio 2014. Ma il problema politico resta.

EUROPEE E RAPPORTI DI FORZA – In fondo nemmeno il Pd intende premere sull’acceleratore prima di capire quali saranno i rapporti di forza fra le correnti che scaturiranno dall’esito delle europee. Una volta decisa d’imperio la capolista renziana Simona Bonafè, a Roma la partita si gioca fra Goffredo Bettini, mentore deluso dal marziano, e la componente ex dalemian/bersaniana più spezzoni vari di altre correnti, in qualche modo sopravvissuti al ciclone Matteo, che hanno scelto Gasbarra. Ma il vero ago della bilancia per il futuro dell’amministrazione Marino saranno proprio i renziani che nonostante siano stati battuti nella scelta del segretario cittadino Lionello Cosentino  e regionale Fabio Melilli, questa volta giocheranno un peso decisivo nell’inevitabile rimpasto di giunta soprattutto se l’effetto Renzi portasse anche il Pd romano a risultati straordinari. Diciamo subito che la linea sulla spending review e la diminuzione dell’Irpef in busta paga del presidente del Consiglio è molto più coerente con quel che andava sostenendo Daniela Morgante. Non solo, perché la caratura professionale e istituzionale del personaggio, magistrato della Corte dei Conti, lascia intendere un placet del governo alla sua irrevocabile scelta.

DOPO IL SALVA ROMA, RIGARE DRITTO – Inoltre Matteo,  ormai con il cuore oltre la siepe di possibili elezioni politiche anticipate, non può accettare che il nodo dei conti capitolini si aggrovigli ulteriormente anche perché all’orizzonte si profilano altri disastri come a Napoli. In fondo, potrebbe dire, il salva Roma ter ce l’avete: adesso rispettate i patti. Tocca cambiare passo come da tempo invoca il Pd e non solo, ma in politica ciò significa di solito cambiare uomini e donne. Nel mirino il vice sindaco Luigi Nieri, già assessore al bilancio della Regione, che molti giudicano sovrastimato rispetto al peso politico di Sel e alle prese, senza risultati evidenti, con la vendita del patrimonio  ed il salario accessorio dei comunales. Una spina nel fianco del sindaco che il Pd vorrebbe togliergli occupandone la poltrona.

TOTO RIMPASTO IN CORSO – Nel frattempo il toto rimpasto impazza. E tocca da Ozzimo alla Cutini, dalla Barca a Masini e Pancalli sino a Improta che qualcuno vede quale astro emergente della giunta. Tutto questo chiacchiericcio appare più “politics” che sostanza perché i nodi che la Morgante ha lasciato irrisolti sono tutti là bell’e che aggrovigliati. Infatti l’aumento della Tasi, dell’imposta sul suolo pubblico e di quella di soggiorno potrebbero non essere sufficienti a ripianare i conti senza sostanziosi tagli agli assessorati e alle municipalizzate.  Vista così la situazione, più che di un rimpasto con il bilancino degli equilibri politici, Roma avrebbe bisogno di una giunta di emergenza o di salute pubblica che si assuma la responsabilità di scelte impopolari che Ignazio Marino non ha mai voluto assumersi. Altrimenti il commissariamento (ben più doloroso delle scelte che la Morgante aveva in mente) e la fine della parentesi Marino.

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