Il Pd romano alla ricerca del programma perduto

Appare riuscita la kermesse dei democratici al teatro Quirino. Ma in piazza si protesta e nelle periferie cova la sfiducia nella politica

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Mentre al teatro Quirino il Pd romano si stringeva attorno al suo sindaco i lavoratori dell’agroalimentare (nella fotografia) unitariamente bloccavano il centro della Capitale, sintomo palpabile di quel malessere popolare spesso richiamato nel corso della conferenza di programma dei Democratici. Due giorni in cui  una platea piuttosto attempata, di amministratori, consiglieri, eletti vari, dipendenti pubblici, deputati e attivisti ha inghiottito pillole di buona amministrazione sapientemente condite da quell’esperto che è l’onorevole Marco Causi già braccio destro di Veltroni. Una sorta di “Leopoldina de noantri” dove tutto lo scibile ed il fattibile di una buona amministrazione si è concretizzato in documenti elaborati e discussi in vari gruppi. Un clima di entusiasmo (forse) ritrovato per ribadire che il Pd è partito di Governo e vuol dare tempo (ma fino a quando?) a Marino per compiere la sua rivoluzione. Né poteva essere altrimenti perché, lo ha detto chiaramente Bianchi il presidente dei costruttori (Acer): voi oggi avete anche la responsabilità di governare senza una vera opposizione. Lasciando intendere che questa potrebbe non essere una condizione di eterna beatitudine. Per carità, i problemi esistono e sono ben presenti all’attuale classe dirigente capitolina: decoro, periferie, trasporti e chi più ne ha ne metta. Ma è stata la stessa ministra Marianna Madia ieri a dirlo chiaramente: governare significa scegliere, magari a scapito degli eterni e inconcludenti confronti. Decisionismo ovviamente non gradito dal capo della Cgil Claudio Di Berardino che chiede un cambio di passo condiviso con i sindacati, senza ovviamente toccare le municipalizzate di cui Ignazio ha esibito una terrificante mappa e senza tagliare posti di lavoro. Posti che anche a Roma calano vorticosamente mentre quelli nuovi vantati da Renzi e da Zingaretti ieri, sono precari e tempo determinatissimo (meglio che niente). Certo, i problemi sono tanti, la Capitale è un mostro di complessità dove tutto è difficile, troppo difficile, ma come ha sottolineato proprio il Governatore del Lazio, il Pd deve cambiare cultura di governo e in fretta, perchè governare significa pensare e stare vicini alla gente, alle sue ansie, fuori da conventicole e caminetti di potere.

NUOVA ETICA DELLA POLITICA – Una nuova etica della politica perché, come ha detto il procuratore capo Pignatone, non possono essere le Procure a togliere le castagne dal fuoco del malcostume, della caduta etica e della diffusa corruzione ai limiti della legalità, ma spesso penalmente non perseguibili. Anche quando non c’è il marcio e la corruzione, come ha sottolineato Veloccia coordinatore dei mini sindaci, nessuna rivoluzione etica ed amministrativa si potrà mai realizzare in questa città senza cambiare e riorganizzare la burocrazia onnipotente dei mille timbri, delle decine di direzioni e della montagna di carte burocratiche che soffocano l’economia. Tutti hanno detto la loro in cinque minuti, tutti hanno voluto sostenere il Pd romano in difficoltà, da Marazziti della comunità di sant’Egidio alle Coop sociali, alle start up innovative dei giovani imprenditori, sino al nuovo capogruppo Panecaldo che invita all’unità di un consiglio stremato (ma soddisfatto) dalla recente manovra di bilancio che destina (udite udite) ben 15 milioni alle periferie. Poi è stato il momento di Ignazio, cui tutti riconoscono onestà e trasparenza (anche se qualcuno ha osato dire che non basta l’onestà, ma ci vuole anche la competenza).

IL DISCORSO DI MARINO – E lui si è rivolto al SUO partito, quel Pd del quale è stato cofondatore sino ad ambirne la guida nelle primarie del 2009 con Bersani e Franceschini, lui che ha cominciato a far pulizia segando 120 delibere urbanistiche sull’agro, lui che ha chiuso Malagrotta, lui che ha fatto il piano di rientro triennale, lui che ha chiamato gli ispettori del Mef l’anno scorso per fare chiarezza dei conti, lui che ha schiodato 110 milioni di extracosti per la Capitale, lui che ha convinto Nicola (perché quasi tutti gli intervenuti si chiamavano per nome, indice di fraterna e continua prossimità) a tirar fuori i soldi per il Tpl romano bloccati nella diatriba fra la Polverini ed Alemanno, lui che ci ha “messo la faccia” (mantra renziano) andando a Tor Sapienza (quattro giorni dopo gli incidenti). Lui, e ovviamente i suoi”magnifici” minisindaci, i suoi “magnifici” assessori (ne ha cambiati o ne sta cambiando almeno 4). Lui, il SUO partito e le varie signore del popolo Lucia, Giovanna o tutti quei cittadini citati nome per nome che lui incontra quando gira la città “per metterci la faccia”.

LA RIVOLUZIONE DEL SINDACO – Un sindaco che sta facendo la rivoluzione, ma chiede tempo al SUO partito cui magari non è simpatico, ma sicuramente lo segue anche in mancanza di alternative. E poi Marino (chiuso in ufficio per 16 ore al giorno) è mondo dai peccati: di questi si sono macchiati Alemanno e la destra mentre quelli prima di lui, Veltroni e Rutelli mungevano le vacche grasse nei pascoli non ancora cintati dal patto di stabilità e dalla spending review.  Insomma, la Kermesse del Quirino fra applausi e buone intenzioni, è riuscita. Lionello Cosentino con la conferenza ha voluto dimostrare che il partito c’è, ma appena fuori di lì c’era tanta gente incazzata che manifestava per il lavoro. Più lontano ancora c’è gente (magari fomentata dai fascisti, come dice Ignazio) che non se la passa bene, ha paura per il futuro e, come ha detto il Governatore, non cerca più nella politica e nei politici, la speranza. Gente che non legge i programmi delle Leopoldine  o Leopoldone che siano, ma vorrebbe solo qualche buca in meno, qualche autobus in più, qualche spazzino solerte, qualche vigile o poliziotto in zona che la protegga  dall’abusivismo, dallo spaccio, dalla prostituzione. Quel popolo delle piccole cose, di prossimità come si usa dire, di salari piccoli erosi dalla crisi, di mutui incombenti o di fitti impossibili, di figli e nipoti in cerca di occupazione. Quel popolo che non vuole e non crede nelle rivoluzioni ‘epocali’, ma si attende una umile, onesta ed efficiente amministrazione per la quale paga le tasse.

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