Pd Roma: il partito cerca il suo riscatto, ma senza congresso

L'operazione "Mappa il Pd" per rilanciare il partito non punta dritto alla questione delle correnti interne

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Se la vicenda di Mafia capitale ha coinvolto anche un assessore e il presidente del consiglio capitolino del Pd e messo in crisi il sistema della cooperazione sociale rossa, a tirar su il morale del partito non contribuisce certo l’indagine della Procura di Rieti sulle spese pazze del suo gruppo regionale durante l’amministrazione Polverini. Ma scopriamo che in omaggio alla trasparenza e con uno scatto d’orgoglio, “Mappa il Pd” è online. Si tratta del piano di lavoro di Fabrizio Barca e del suo team che su mandato del commissario del Pd di Roma, Matteo Orfini, dovranno lavorare ad una indagine sul campo e nei circoli per la ristrutturazione e il rilancio del partito nella Capitale. La nota ufficiale spiega che le mappatura sarà effettuata sulla struttura del partito sul territorio anche per ridisegnare una mappa della città vera, dei cittadini, dei loro servizi e disservizi. Infine, scrive sempre la nota, entro gennaio 2015 inizieranno le interviste nei circoli e a fine maggio 2015 sarà pubblicato il “Rapporto finale”.

PD PARTITO SUPERLIQUIDO – La notizia in sé non scuote certo l’opinione pubblica e tantomeno un partito, ormai “superliquido”, ridotto a 7.000 iscritti che, esclusi assessori, consiglieri capitolini e municipali, dipendenti del comune e delle municipalizzate più tutti gli ex di queste pubbliche funzioni amministrative, potrebbe ridursi ad un pugno di eroici militanti del volontariato politico. D’altra parte se un problema di degrado nella prassi politica del Pd romano (ma che dire ad esempio di quello di Frosinone), nella sua moralità esiste davvero, la prima cosa da fare sarebbe in primis quella di interrogare (a riflettore in faccia) chi l’ha governato negli ultimi 10 anni. Magari, come si usa oggi, anche tramite un focus collettivo da trasformarsi in un “acting out” autocritico, che non farebbe proprio male a nessun dirigente di questo partito, visto che ci risultano tutti belli che sistemati in istituzioni varie. Qualche centinaio di persone (per una sessantina di circoli più o meno attivi) che in circolo attorno al giovane neo commissario Matteo Orfini (che peraltro li conosce tutti benissimo) si battano il petto e recitino il mea culpa.

INDAGINE SOCIOLOGICA – Con tutto l’apprezzamento nei confronti del professor Barca che non ci risulta sdraiato sulla linea di Matteo Renzi (che peraltro ha senpre definito il Pd romano il peggiore d’Italia se non altro perché lo ha bocciato all’ultimo congresso) rimaniamo perplessi di fronte ad una indagine di valenza sociologica che pare eludere i problemi per delegarli ad un ponderoso e sapiente rapporto. Perché se il nodo è politico, se le correnti piddine hanno assunto negli anni la natura di feudi di voti e tessere, se i dirigenti di quel partito, ormai giubilati magari in Parlamento, negli anni non sono stati in grado di arginare il reticolo di clientele, ebbene se tutto ciò viene confermato dalle cronache di questi giorni, l’unica cosa che un partito serio dovrebbe fare è quella di indire un regolare congresso, trasparente, a porte aperte dove si discuta davvero e ognuno si assuma le proprie responsabilità.

IPOTESI CONGRESSO STRAORDINARIO – Quella del congresso straordinario è la strada che in queste situazioni i ‘vecchi’ partiti percorrevano anche per situazioni locali, ma poiché oggi tutto ruota attorno al “pensiero unico renziano” sarebbe solo lì a decidere, Renzi, magari con uno dei suoi tweet fulminanti. Per di più i Democratici romani oggi paiono avvinghiarsi all’immagine di un sindaco sino all’altro ieri contrastato, il che non giova ad un partito che intende recuperare la sua credibilità. Sperare che Ignazio Marino recuperi negli anni il consenso che il Pd potrebbe perdere significa consegnarsi nelle mani del sindaco chirurgo senza possibilità di critica o di proposta. Insomma, la traversata nel deserto del consenso dovrebbe ripartire dalla storia delle colpe di una politica di basso cabotaggio clientelare. Se in Emilia gli elettori del Pd non sono andati a votare, immaginiamo cosa potrebbe accadere a Roma e forse oggi anche nel Lazio.

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