Intervista a tutto campo con Michele Azzola, segretario della Cgil di Roma e Lazio

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Parte l’11 febbraio la campagna referendaria della Cgil per l’abolizione dei voucher e sulle regole per gli appalti. Un’occasione per incontrare Michele Azzola, da pochi mesi segretario dei quel sindacato di Roma e del Lazio. Un’iniziativa che suona come un giudizio sul governo Renzi, ma non solo, governi che avrebbe progressivamente svalutato il lavoro.

“Nel Lazio in particolare – ci dice – registriamo la nascita di nuove aziende e aumentano gli occupati ‘poveri’ come quelli per esempio che lavorano un solo giorno con i voucher. Ma questi dati vanno incrociati   con progressivo il calo del Pil.”

Insomma i cittadini del Lazio sono sempre più poveri?
“Nel 2016 siamo a un meno 0,4% e se partiamo dal 2008 qualche stima autorevole parla di un meno 20% del potere d’acquisto. In ogni caso, a noi interessa particolarmente cambiare con questo referendum le regole degli appalti oltre che abolire i voucher.”

Per gli appalti non c’è già la legge che li regola?
“Certo ed è pure una buona legge, ma occorrono a monte procedure delle gare che individuino la qualità delle aziende che partecipano ai bandi e soprattutto garantiscano le tutele per il personale come accade in altri paesi europei. Come in Gran Bretagna, dove chi subentra nella attività assume tutto il precedente personale”.

Eppure c’è chi dice che questa nuova legge sugli appalti rappresenti una strozzatura per le aziende che partecipano ai bandi pubblici.
“In parte questo problema esiste, ma occorre trovare un giusto equilibrio fra le esigenze di legalità e la necessità di impedire alla burocrazia di frenare il tutto”.

La burocrazia frena perché se si rispettano le regole il processo decisionale si incarta e i tempi si allungano…
“Per questo occorre un modello per selezionare le imprese vere dagli imprenditori spregiudicati che sfruttano le gare pubbliche”.

Come?
“Istituendo delle vere e proprie liste ‘black and white’ che selezionino le imprese con un capitale sociale che garantisca la tenuta economica della società e un numero di dipendenti adeguato al cantiere previsto. Insomma, imprese che siano in grado di fare il lavoro senza  sbragare sul prezzo con offerte molto più basse, nell’ordine 30-40% in meno.”

Eppure la nuova legge è abbastanza chiara sui ribassi
“Non del tutto, perché si fissa il criterio della offerta economicamente più vantaggiosa che è un mix fra criteri tecnici e criteri economici. Se però a monte non si riconosce la rilevanza agli aspetti tecnici si rischia di far vincere il massimo ribasso. Ad esempio la gara per il call center dell’aeroporto di Fiumicino è stata vinta da una società rumena che si è qualificata ultima per punteggio tecnico, ma prima per quello economico”.

Tornando ai voucher che volete abolire, non mi pare che abbiano assunto aspetti particolarmente patologici sul mercato del lavoro.
“Questo è da verificare, ma resta il problema che non si può sostituire il lavoro vero evitando le assunzioni. Se poi Governo e Parlamento modificheranno la normativa prima della consultazione popolare, faremo salti di gioia”.

Torniamo al Lazio, con le sue aree di crisi cronica come quella del frusinate  o di nuova crisi come il farmaceutico dell’area pontina.
“Siamo in presenza di una contrazione della occupazione nelle imprese industriali che continuano ad esportare pezzi di settori produttivi, mentre non esiste un modello di sviluppo alternativo se non quello di spostare l’occupazione sui servizi. Assistiamo ad esempio alla  riorganizzazione del polo chimico e farmaceutico pontino dove innovazione e ricerca si sono spostate a Milano. Qui rimane solo il pezzo manifatturiero  dove produciamo e inscatoliamo pillole con tutti i rischi di una delocalizzazione futura”.

Qualche altro esempio?
“Il porto di Civitavecchia, attualmente a vocazione crocieristica con poche ricadute sul turismo regionale. Qui è paradossale immaginare una realtà che non lavora i container. Se noi portassimo lì 400mila container, che corrispondono al volume di merci che circolano per il centro Italia e che oggi sbarcano al Nord, si contribuirebbe ad aumentare il Pil della Regione creando attività per questo porto già attrezzato e con un retroporto invidiabile rispetto a Genova”.

Vogliamo fare altri esempi?
“C’è un settore industriale che grida vendetta, quello della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Attualmente abbiamo un sistema che non chiude il ciclo e non abbiamo poli che sviluppino l’attività del riutilizzo dei materiali e una differenziata che langue”.

Eppure Regione Comune di Roma dicono NO ad altri impianti di termovalorizzazione.
“In realtà questi impianti esistono ma sono sottoutilizzati, come quello di Lazioambiente a Colleferro. Eppure quell’area cronicamente deindustrializzata potrebbe diventare l’area del riciclo e del riutilizzo dei materiali differenziati come è stato fatto al Nord.”

Purtroppo pare che a  Roma si navighi più sugli annunci tipo rifiuti zero che sui piani realistici.
“Questo è assolutamente vero. Ne parlammo mesi fa con la ex assessora Muraro, ma ad oggi ci pare che Ama non si stia muovendo secondo obiettivi indicati dalla politica, ma come un corpo indipendente, e un po come una macchia elettorale”.

Questo è il problema di tutte le municipalizzate, che ne dice l’assessore Colomban?
“Abbiamo avuto un confronto con lui due mesi fa e  ci aveva indicato un piano ideale  di riorganizzazione assumendosi anche l’impegno di riconoscere Multiservizi come una municipalizzata di primo livello, dopo di che non abbiamo saputo più niente”.

Sempre in tema di rifiuti, qual è la vostra opinione su la  Lazioambiente che la Regione va dismettendo?
“La Regione sta svendendo una società che poteva essere il veicolo per tentare di chiudere il ciclo dei rifiuti, mentre stanno subentrando piccole società create  dai Comuni che saranno fuori controllo. Se  a Lazioambiente subentrasse una grande impresa saremmo pure soddisfatti, ma non si va in questa direzione”.

Insomma, la politica avrebbe il vizio di non proporre obiettivi alle municipalizzate mentre  per motivi elettorali le fa  gestire da uomini suoi. Non è un vizio anche di Atac?
“Anche qui si continua ad adottare un modello che non si pone obiettivi a medio termine.”

Stesso discorso vale anche per Cotral?
“L’azienda ha provato a riorganizzarsi ma i risultati sono per ora insufficienti e anche lì c’è un problema di controllo e legalità.”

Passando ad altro, come va con il sindaco di Roma?
“L’ultimo contatto con Virginia Raggi l’abbiamo avuto a novembre e decidemmo di istituire tavoli con gli assessori, tutti episodici e senza valore. Ne sia esempio il piano di Colomban mai decollato”.

Eppure c’è il problema della riorganizzazione e dello sfoltimento di municipalizzate e partecipate dal Comune. Inoltre nel 2019 i servizi di Ama e Atac dovranno venir messi a gara europea.
“In verità a noi interessa poco se in queste società dovessero subentrare anche i privati o mantenere la loro caratteristica pubblica. A noi interessa sapere come funziona questa società in ragione del servizio che eroga, Se invece continuiamo a dire che basta il privato a dare performances di efficienza facciamo un errore”.

Se Ferrovie subentrasse in Atac non sarebbe certo un privato.
“Il problema è lo stesso se a monte non si disegna  un sistema un vero  progetto industriale. Se l’idea è semplicemente quella di dire ti do tot per gestirmi i trasporti locali e se offri meno vinci tu, Atac e Ama hanno già perso in partenza”.

Dicevamo che nel Lazio è in corso da anni un processo di deindustrializzazione, ma Cassino rimane pur sempre un bastione di Marchionne.
“Sembra strano, ma Cassino è un altro dei buchi neri di questa regione perché la FCA ha investito anche se il progetto non è completato. Ma c’è un enorme problema dell’indotto cioè di tutte quelle aziende che lavorano solo per la ex Fiat. Aziende che rappresentano una eccellenza  legate a un mono mandatario con rischi altissimi. Se la Regione adottasse una vera politica industriale dovrebbe aiutare quelle aziende ad aprirsi verso l’estero offrendo prodotti ad altre case automobilistiche. Al Nord lo stanno già facendo”.

Ma alla fine secondo lei, la Regione Lazio ha una politica industriale?
“Secondo me no, contrariamente ad altre Regioni. Qui si fanno, lo ripeto, bandi su bandi slegati, senza una vision di prospettiva e che non portano risultati”.

Giuliano Longo

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