Sanità Lazio, arriva il subcommissario targato Formigoni-Lorenzin

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La sanità laziale è un gigante malato, ma pur sempre un gigante che macina miliardi e migliaia di posti di lavoro. Per questo la nomina del nuovo sub commissario in sostituzione di Bondi, decaduto sei mesi fa, è in primo luogo una scelta politica. Tanto più che Nicola Zingaretti si appresta a presentare al Governo quel piano di risanamento che nel 2015 dovrebbe riportare i conti in pareggio chiudendo definitivamente la troppo lunga parentesi del commissariamento.

Che la partita sul successore di Bondi sia strategica se ne sono accorti anche in parlamento, tanto che la deputata di Sel Ileana Piazzoni preoccupata per le conseguenze di un piano anche che taglierà 912 posti letto, ieri ha messo le mani avanti con una interrogazione sulla possibilità che il ministro Beatrice Lorenzin metta sotto scacco Zingaretti con il nuovo subcommissario: il milanese Renato Botti. Un professionista funzionale al sistema di potere che Formigoni mise in piedi e dal quale fu travolto. “Le mani dei milanesi sulla sanità Laziale” titolava qualche tempo fa il portale gossipparo Dagospia cogliendo il nocciolo di un problema che è tutto fuorché di campanile. Eh si, perché la Beatrice ministra in accoppiata con il Celeste, passati sulla sponda di Alfano, avrebbe già deciso la nomina di  Botti con il pieno consenso del potente controllore della spesa sanitaria Francesco Massicci.

Tanto che la firma del decreto di nomina potrebbe già avvenire domani o dopo. Ma chi è il subcommissario in pectore? Nasce a Caracas nel 1956 e finisce a Milano dove per un certo periodo gestirà centri estetici in società con Angelo Daccò, il grande elemosiniere della sanità privata lombarda inchiodato dai magistrati qualche anno fa anche grazie alle dichiarazioni rese dal Botti sul crack del San Raffaele. Dai massaggi estetici e tonificanti passa a dirigere tutta la sanità lombarda proprio quando il Celeste stava muovendo i suoi primi passi. Forte di questa indissolubile relazione con Comunione e Liberazione, emigra nel 2007 come direttore generale al San Raffaele di don Verzè, dove ci resta sino al 2010.

Allo scoppio del bubbone viene destituito dal delegato vaticano Giuseppe Profiti che tenterà di salvare la baracca sino a quando verrà ceduta a quell’altro big della sanità lombarda che è il pavese Rotelli. Chiusa quella parentesi, il Botti passa a dirigere una società di telemedicina collegata al San Raffaele. Un curriculum funzionale al disegno della Lorenzin per mettere le mani sulla sanità laziale, bacino consolidato di poteri e voti, dove il sub commissario potrà aprire e chiudere i rubinetti dei finanziamenti in accordo con Masicci. C’è anche da dire che i milanesi della pia congrega Comunione&Fatturazione-Formigoni-Lorenzin hanno dinanzi a se quella miliardaria prateria che è la nostra sanità privata, oggi in gran parte gestita dai preti e dall’imprenditore Angelucci. Mossa temeraria per una regione di sinistra e con un presidente del consiglio targato Pd.

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