Michele Azzola: «Il nostro primo obiettivo è difendere i posti di lavoro. Motivato per questa sfida»

A tu per tu con il nuovo segretario della Cgil di Roma e Lazio: «Abbiamo bisogno di capire quando la sindaca Raggi e la sua giunta intendono mettersi al lavoro per governare»

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Michele Azzola, il nuovo segretario della Cgil di Roma e Lazio, ha l’aspetto più di un programmatore o un sistemista dell’Itc che non di un dirigente sindacale. Abbigliamento casual, barba e quell’accento nordico che suggerisce le sue origini friulane. Una robusta esperienza sindacale alle spalle nonostante i suoi 51 anni come dirigente della Filt prima in Friuli V.G. e poi come segretario nazionale di quel sindacato. Nel 2007 entra in un settore dove il sindacato accusa gravi ritardi, quello delle comunicazioni come segretario del Slc/Cgil e affronta vertenze con i colossi della telefonia e la difficile situazione Almaviva, dove il suo sindacato ebbe ad affrontare dure contestazioni. Infine la svolta territoriale quando Susanna Camusso lo indica quale segretario generale di Roma e del Lazio. Una nomina che arriva dopo gli otto anni del suo predecessore Claudio di Bernardino che, aggiungiamo noi, è riuscito a vederne di tutti i colori anche in senso politico. Azzola rappresenta una scelta che esce dagli schemi tradizionali di nomine che vengono dall’industria. 

«Molto motivato per questa nuova sfida», ci dice, che avviene in una «situazione politica complicata» per Roma. Qui, prosegue «abbiamo in ballo i problemi dei dipendenti comunali e delle partecipate che necessitano un cambio radicale entro il 2019. Tocca allora vedere come a quella scadenza ci si arriva evitando altre bad company sul modello Alitalia che ha scaricato i costi del disastro sulla collettività».

Eppure, osserviamo, non si può negare la corresponsabilità dei sindacati per la situazione che si è venuta a creare in Atac e Ama.

« E’ vero, in parte ci sono responsabilità anche nostre, ma non paritetiche perché non ci sono aziende dove i sindacati comandano al punto da stravolgere le scelte industriali. E poi guardi che anche l’arma dello sciopero oggi da noi è moderata dalle leggi, contrariamente alla Francia dove gli scioperi dei servizi pubblici paralizzano un intero Paese».

Eppure ci sono altre sigle sindacali molto aggressive.

« Certo, e anche noi paghiamo la frammentazione di queste sigle e i fenomeni di corporativismo con i quali dobbiamo fare i conti tutti i giorni subendo i loro attacchi».

Lei ha parlato di situazione politica molto complicata a Roma. Quali sono le conseguenze per il sindacato? 

«In primo luogo abbiamo bisogno di capire quando la sindaca Raggi e la sua giunta intendono mettersi al lavoro per governare. Anche perché ci sono delle scadenza  che non sono solo quelle delle Olimpiadi ormai, a quanto pare sfumate. Nel 2025 ci sarà anche il grande Giubileo, quello ufficiale cui bisognerebbe cominciare a pensare. E quella scadenza la decide il Vaticano non la sindaca».

Allora, voi come Unindustria, eravate d’accordo sulle Olimpiadi a Roma. 

« Sì e no, nel senso che prima di decidere sarebbe stato necessario valutare ed approfondire il progetto cui corrispondono finanziamenti miliardari, ma ci pare che una valutazione di merito non sia mai stata fatta, solo affermazioni generiche che almeno avrebbero dovuto venir verificate con un largo confronto».

Beh, non mi pare che tiri un’aria buona per la concertazione con le parti sociali, industriali inclusi.

«I 5stelle debbono anche rendersi conto che dopo l’innamoramento degli elettoti delusi dalla politica, tocca passare subito ai problemi reali con risposte che non possono essere generiche. Quindi la concertazione è fondamentale. Ad oggi segnali di apertura non ne abbiamo anche se ci sono tavoli aperti con alcuni assessori. Quello che manca è un  tavolo generale dove si discuta il progetto per Roma. Al momento non avvertiamo ostilità nei nostri confronti, ma difficoltà tante».

Per quanto riguarda le municipalizzate ci pare che voi rimaniate ostili all’ingresso di privati.

«Intanto non è detto che privato significhi efficienza e risanamento come dimostra Roma Tpl che  è privata, ma non mi pare che funzioni tanto bene. Il problema è capire cosa e come si vuole fare. L’azionariato è solo il processo finale. E poi ci sono in Italia e all’estero società pubbliche di servizi che danno ottime performance».

Va bene, ma i soldi per il rilancio qualcuno ce lieve pur mettere. 

«Trattandosi di servizi pubblici essenziali i soldi non possono venire solo dai privati»

Fino ad ora abbiamo parlato so di Roma eppure ci sono molte vertenze aperte nel Lazio.

«Qui come nel resto del Paese la crisi morde e non è finita, quindi il nostro primo obiettivo è difendere i posti di lavoro. Poi c’è il problema di crearlo il lavoro soprattutto di fronte ad un processo di de-industrializzazione che colpisce la nostra regione. Secondo noi occorre specializzarsi. Prenda l’esempio di Amazon a Rieti. Il Lazio può candidarsi a diventare il grande magazzino della logistica favorendo aziende che produrranno la digitalizzazione del paese. A partire da oggi perché  fra due anni sarà tardi».

Qualcosa come i vecchi distretti industriali?

« In un certo senso. Aree che siano attrattive per gli investimenti in una economia 2.0».

Tuttavia nell’area pontina le multinazionali  della farmaceutica stanno tirando i remi in barca.

« E’ vero, i grandi progetti dipendono dal multinazionali, però nella economia digitale non occorrono grandi investimenti, ma start up, coraggio e anche fantasia. E qui da noi manca anche il raccordo con le Università. Pensi all’esempio del Politecnico di Milano con il quale si è dato il via a progetti e grandi opportunità di sviluppo».

Con la Regione mi pare che il dialogo e la concertazione funzionino.

« Abbiamo un interlocutore che ci ha consentito importanti accordi quali il piano sviluppo e lavoro ma dobbiamo sperimentare, sull’esempio di Amazon, altre aree attrattive per gli investimenti privati. Certo non siamo noi a decidere le strategie dei grandi gruppi, ma se quel colosso ha scelto Rieti è perché quell’area si presta per la distribuzione delle merci ottimizzando i trasporti».

La Cgil però segna il passo per quanto riguarda l’economia e la logistica digitale.

«E’ un ritardo storico di almeno 20 anni, quando ci siamo accorti di migliaia di lavoratori senza orari e diritti che non vengono tutelati. Per questo stiamo tentando di fare politiche inclusive con una linea di diritti generali da estendere a quei lavoratori che sono senza rappresentanza. C’è ancora molto da fare, ma la nostra ‘carta dei diritti’ è un paso importante».

Ultima battuta, il No della Cgil per il referendum costituzionale .

«Noi abbiamo dato solo una indicazione che è politica, ma non faremo campagna contro il referendum lasciando agli iscritti piena autonomia di scelta».

Giuliano Longo

 

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