Acqua Santa golf: clima “british” sull’Appia Antica

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C’è un posto a Roma dove Adamo ed Eva vivrebbero da dio. Un luogo paradisiaco nel cuore del Parco dell’Appia Antica, un polmone verde incastonato tra l’acquedotto Claudio e il fiume Almone con i Castelli Romani a far da scorcio. Siamo in uno degli angoli nascosti della capitale dove il circolo Acquasanta dal 1903 dà libero sfogo alla sua voglia di golf non disdegnando un rapporto con la natura che lo rende unico al mondo. Tutto è nato agli esordi del secolo scorso, quando uomini dell’high class britannica e americana decisero di creare un centro “at or near Acqua Santa”, una vasta area proprietà del principe Torlonia, che il dottor Flach si assicurò con un canone di affitto di 2900 lire l’anno.

A parte la location del bel paese però c’era ben poco: nei primi vent’anni, infatti, le assemblee del club si tenevano ai consolati britannico e statunitense, i soci erano per lo più anglofoni e gli atti ufficiali redatti in lingua inglese. Ma il desiderio dei padri fondatori era far conoscere il golf e i suoi principi agli italiani, all’epoca attirati solo dalle gesta pallonare. I primi a rispondere agli stimoli furono proprio i giovani capitolini operai del circolo. Che instaurarono un curioso rapporto con i padroni di casa creando un “patois linguistico misto di inglese e romanesco”. Un po’ il preludio di quello che sarebbe accaduto nel decenni successivi quando l’Acquasanta superò le restrittezze economiche, ampliò i suoi green e conobbe la riscossa dei soci italiani, che entrarono a piè pari nei comitati direttivi. Per la gioia delle finanze sportive.

Il circolo tuttavia aveva ulteriori ambizioni: essere un campo da 21 buche di prima classe, con possibilità di innaffiare i green. Presto il club vi riuscì e, non contento, a ridosso degli anni '30 nominò il primo presidente italiano: il conte Alfredo di Carpegna. Con l’avvento del fascismo, poi, l’Acquasanta celebrò il suo periodo aureo: divenne il primo club in Italia con nomi della nobiltà nostrana e intellettuali stranieri. Tanto da divenire la seconda casa dell’allora ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, che tra un pitching e un flop shot, amava banchettare negli anni pre-guerra. Grazie al cielo l’impetuosità del secondo conflitto mondiale non alterò di un millimetro la sacralità del circolo più prestigioso di Roma. Né la Wehrmacht teutonica, né l’esercito alleato ebbero il coraggio di sconvolgere la bellezza dell’Acquasanta: «Anche gli Spitfire e i P48 ignoravano l'accampamento – si racconta sul sito del club – . Fu chiesto ai piloti come mai non avessero bombardato quell'insediamento di tedeschi così visibile. Ridendo risposero: Saremmo stati matti a distruggere l'unico campo da golf di 18 buche a sud di Firenze!». Parole che la dicono lunga sulla santità del circolo, che dal post bellum ad oggi è cresciuto a dismisura rinnovando la club house, la piscina, i campi da gioco e dando il benvenuto a centinaia di soci, che quotidianamente sfidano le intemperie pur di mandare una pallina in buca.

Personaggi istituzionali come il presidente della Repubblica Cossiga ma anche golfisti di fama mondiale come Molinaro e Manassero, che hanno dato lustro a un circolo che pochi giorni fa ha festeggiato i 110 anni di storia. Senza dubbio ben portati. E con tanto di dedica alla romana da uno dei soci storici, Fabrizio Avenati: «Er campo non bisogna de commenti, so’ cento e dieci anni che ce sta’. Famoje solo tanti complimenti, prennemo i ferri e annamoce a ggiocà».

Marco Montini