As Roma, Rudi Garcia l’invasore barbarico tra ironia e grandi amori

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Rudi Garcia sicuramente è il personaggio dell’anno, la rivelazione dell’anno, un allenatore di carattere, che ha saputo plasmare una Roma, renderla una squadra vincente, anche se di fatto al momento titoli in bacheca non li ha portati. Ma ha saputo ridare fiducia all’ambiente giallorosso, ai giocatori e ai tifosi. Ieri sera è stato ospite della trasmissione di La7 “Le invasioni barbariche” di Daria Bignardi, e lui con la sua simpatia, la sua ambizione che non nasconde, la sua grande schiettezza si è prestato a rispondere a tante domande e curiosità, a partire dal libro “Tutte le strade portano a Roma”, una sorta di biografia di Rudi Garcia.

IL CAMPIONATO – «Stiamo facendo un campionato da record, ma la stagione non è finita. Se possiamo vincere lo scudetto? Non dipende soltanto da noi, ma dalla Juventus». Siparietto a parte con D’Alema, la Bignardi torna alla carica con la manata di Destro: «Mattia non è un giocatore violento – risponde Garcia -, il calcio è uno sport di contatto, può succedere, ma l’arbitro ha visto tutto e non dovrebbe esserci prova tv».

SÌ ALLA MOVIOLA IN CAMPO – È a favore della moviola in campo, ma non vede la Roma come una squadra perseguitata. Lui è uno così che va avanti per la sua strada. Non si preoccupa per l’assenza di Destro «ce ne sarà un altro», ma pensa anche di vincere il ricorso. Parla bene l’italiano, capisce il romanesco, ma ogni tanto qualche piccolo errore almeno sulla lingua italiana lo commette, E soprattutto loda Sabatini: «uomo che mi piace, ti guarda negli occhi. Carattere forte, sincero, è un persona tutta d’un pezzo».

L’ALLENATORE – «È un privilegio poter vivere della propria passione – dice mister Garcia -, ma si lavora 24 ore al giorno, sette giorni su sette». Poi parla del padre, giocatore e allenatore, una figura a cui era molto legato, un esempio, una persona autoritaria, morta guardando una partita: «Lui sognava di morire così» confida il tecnico giallorosso. Prima di ogni partita lo chiamava, e ora continua la tradizione facendo uno squillo alla mamma oltre «a un allenatore che segue tutte le squadre avversarie».

SUI TIFOSI – «Penso che quando uno tifa una squadra deve tifarla fino alla morte – racconta alla Bignardi -. Ma quando una squadra non gioca bene, è proprio in quel momento che i tifosi devono far sentire il proprio sostegno perchè quando si vince è più facile tifare». Lui un obiettivo lo ha già raggiunto, ovvero quello di aver visto fiorire «sul viso dei giocatori il sorriso» e poi «far meglio sul campo per rendere orgogliosi i tifosi della squadra».

IL CAPITANO TOTTI E L’AMORE PER LA ROMA – Non ci sono mezze parole per Francesco: «I più grandi del calcio sono sempre gli uomini più normali – spiega -, i più umili. E lui è uno così, pensa sempre alla squadra e al bene della Roma. Uno con il suo talento deve poterlo mostrare in Europa, quest’anno non ci siamo ed è un peccato, ma l’anno prossimo ci saremo». «Quanto ti sei innamorato della Roma?» gli domanda la Bignardi e lui candidamente risponde «Tanto. E’ facile sentirsi romanista prima e anche romano: la città è meravigliosa, mi piace la lingua, che ho imparato velocemente».

LA FAMIGLIA – Ha tre figlie femmine ma fare il padre e fare l’allenatore per lui non è tanto diverso: «In comune c’è l’amore per i figli, i giocatori sono come figli. Come puoi allenare una rosa senza amare i giocatori? E se uno mi sta antipatico ci parlo, proviamo a capirci, in ogni caso quando scegliamo i giocatori io prendo sempre informazioni non solo sul giocatore ma anche sull’uomo, è fondamentale per avere risultati».

Lui non guarda il gioco degli altri e pensa solo a fare «in modo che la mia Roma abbia un’identità di gioco. Soprattutto in questi tempi di crisi, la gente viene allo stadio per divertirsi, e il gioco deve essere spettacolare. A me importa solo essere davanti in classifica». La Bignardi prenota un posto all’Olimpico per la sfida con la Juventus, e allora non resta che dire in coro «Daje Roma!».

(Foto Tedeschi)

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