Renato Di Rocco e tutte le facce del ciclismo

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Renato Di Rocco presidente della Federazione Ciclistica Italiana parla di doping, piste ciclabili e dei grandi ciclisti del passato

Dall’azienda di famiglia che produceva biciclette al grande ciclismo degli anni ’60, un amore per le due ruote che gli scorre nel sangue. Renato Di Rocco, attuale presidente della Federazione Ciclistica Italiana, fa una bella panoramica di questa disciplina amata da tutti: dai bambini che scorazzano in bici nei cortili dei palazzi fino a chi con grande fatica scala montagne per vincere quelle corse sulle strade di mezza europa che non passano mai di moda. Il massimo dirigente si presta a una piacevole chiacchierata sui campioni del passato, ricordando Moser, Bartali e Coppi, sul binomio ciclismo-scuola, sulla lotta al doping e sul problema delle piste ciclabili. Un’intervista corposa, ma da leggere tutta d’un fiato.

Che ricordi ha della sua infanzia e giovinezza legati al ciclismo di quei tempi e all’azienda di famiglia?
«Nell’azienda di famiglia che produceva biciclette “Romeo” ho ricevuto l’imprinting, non trovo termine migliore, che ha segnato la mia vita. Oggi è difficile per chi non ha vissuto quegli anni comprendere cosa rappresentavano la bicicletta e il ciclismo nell’Italia di allora. I campioni del pedale come Bartali, Coppi, Magni occupavano le prime pagine dei giornali non solo sportivi, le cronache della radio, i film e i primi show televisivi. Nell’immaginario collettivo erano il simbolo del riscatto e della rinascita del Paese che preludeva al boom dei favolosi anni ’60. Altre discipline sportive sarebbero poi cresciute, ma la popolarità del ciclismo era contrastata solo dal calcio. L’azienda di famiglia forniva le biciclette a giovani talenti che svolgevano il servizio di leva a Roma presso l’Aeronautica Militare. Conobbi Adorni, Mealli, Trapè, Ursi, i ct Elio Rimedio e Guido Costa, diventati leggendari dopo i trionfi alle Olimpiadi di Roma, e tanti altri. Parlavo poco, ma guardavo e ascoltavo molto. Compresi che il ciclismo non era solo uno sport, ma un mondo intero dove si allacciano relazioni, amicizie, rapporti destinati a durare negli anni».

Ha un campione che le è rimasto nel cuore del passato o del presente? Perchè e cosa lo lega a lui?
«Anche per questione d’età ero affascinato da Francesco Moser. Mi piacevano la sua grinta, la sua serietà, la sua costanza. Col tempo nacque una profonda amicizia personale, le nostre rispettive carriere sono nate e si sono sviluppate su versanti diversi, ma contemporaneamente».

Come Federazione cosa fate e cosa si può fare per educare i giovani a una sana attività sportiva allinterno degli istituti scolastici o delle scuole di ciclismo?
«Stiamo facendo molto per entrare nella scuola. Rispetto ad altre nazioni lo sport in genere ha dovuto faticare molto in Italia per entrare a pieno diritto nei programmi come elemento fondamentale dell’educazione e formazione dei giovani. Figuriamoci uno sport come il ciclismo, che richiede spazi adeguati e protetti. Le nostre offerte didattiche, concordate con il Ministero competente e la Polizia di Stato, si basano sull’attività ludica integrata all’educazione stradale e sul graduale avviamento all’agonismo. Tutte le manifestazioni riservate ai bambini e alle fasce più giovani si svolgono in circuiti chiusi. Abbiamo realizzato i progetti “Pinocchio in  bicicletta”, “Sicuramente in bici”, “Un campione per amico” con molto successo. Di recente, poi, si registra un vero e proprio boom del fuoristrada. Il ciclocross e il mountain bike mettono i praticanti a diretto contatto con l’ambiente naturale e in Italia non mancano parchi e giardini dove è possibile ricavare percorsi dedicati. C’è una spinta generalizzata verso le attività all’aperto, una maggiore consapevolezza delle istituzioni sui problemi dell’inquinamento, del degrado ambientale, della salute che abbiamo saputo interpretare. Anche il mondo della scuola apprezza le nostre iniziative e i dati rilevati in questi anni lo confermano».

Quali sono gli interventi che state continuando ad attuare per la lotta al doping? Oltre a punire chi commette il reato è possibile attuare una prevenzione?
«Abbiamo privilegiato proprio l’azione preventiva contro le pratiche illecite e dannose che danneggiano l’immagine del ciclismo, anche se i fatti dimostrano che il fenomeno, purtroppo, è diffuso in tutti gli sport di alto livello. Quindi abbiamo posto al centro dei nostri programmi per i giovani la moralità e valori dell’ambiente, la salute psicofisica dei praticanti e la sicurezza dentro e fuori le manifestazioni. Cerchiamo di contrastare l’agonismo precoce alla ricerca del risultato “a tutti i costi”, di favorire la multidisciplinarietà con l’attività alternativa per evitare l’avviamento monodirezionale e ossessivo dei ragazzi all’attività su strada. In merito ai controlli, il primo atto del mio mandato, nel 2005, è stato di demandarne al Coni e alla specifica Procura antidoping la gestione e le relative procedure. Abbiamo poi attuato la riforma della Struttura Sanitaria, con l’istituzione di una Commissione Tutela della Salute e istituito il Comitato Consultivo Scientifico per la prevenzione e il contrasto al doping. Per la prima volta i controlli sono stati estesi alla categoria Juniores, al fuoristrada e ai mastersport, utilizzando le metodiche più avanzate, in conformità con i procedimenti adottati e con le normative della Wada. Due rappresentanti della Fci (dott. Luigi Simonetto e avv. Gianluca Santilli) sono entrati nella “Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive” istituita dal Ministero della Salute».

Ciclismo professionistico e ciclismo amatoriale: qual è il numero di persone che lo praticano a Roma e provincia? E qual è la situazione delle piste ciclabili e degli spazi per allenarsi?
«Statisticamente, i masters tesserati alla Fci a Roma sono ad oggi più di 1500 (1527), molti di più sono gli utenti della bici a scopo ricreativo e salutare. I professionisti sono 8: in mezzo poi ci sono tutte le altre categorie. A proposito di utenti della bici, il trend di crescita è evidente in tutta la penisola, compresa la capitale. Gli amministratori locali e le Regioni sono sempre più consapevoli che la bicicletta è una formidabile risorsa per la promozione e la valorizzazione del territorio, la lotta all’inquinamento e al degrado ambientale, per il risparmio energetico e la difesa della salute. E la Federazione è parte attiva ad ogni livello. I mondiali di Firenze hanno consentito di sperimentare cosa significa vivere quella splendida città in modo diverso. La Gran Fondo Campagnolo dimostra che anche nella capitale è possibile un’inversione di tendenza. Il consenso è enorme e destinato a crescere. In particolare, per quanto riguarda le piste ciclabili, abbiamo esempi eccellenti in alcune regioni. Non mancano progetti ambiziosi anche per Roma e per il Lazio, ma occorre ragionare in termini di “rete integrata”. Creare spezzoni di piste ciclabile scollegate, mal tenute, prive di servizi e di assistenza, significa solo sprecare soldi. Serve un programma organico di riassetto della viabilità urbana, un vero piano regolatore della mobilità sostenibile che renda possibile l’uso della bicicletta con collegamenti tra la periferia e il centro, tra la città e la regione, privilegiando le aree verdi, i parchi urbani e territoriali. Il Comune sembra deciso a muoversi in questo senso, anche se raddrizzare a Roma anni e anni di distorsioni e abusi urbanistici è un compito degno delle fatiche di Ercole».

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