Matteo Cavagnini, la vita e lo sport oltre gli ostacoli

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Matteo Cavagnini giocatore del Santa Lucia Roma e capitano della Nazionale italiana di basket in carrozzina

La vita ti pone ogni giorno degli ostacoli da affrontare, c’è chi li guarda a testa alta e prova a superarli e chi ci arriva con il capo chino e resta fermo ad osservarli come se fossero montagne insormontabili. Ma la differenza non è se sei su una sedia a rotelle o meno, ma l’atteggiamento con cui ti poni davanti alle difficoltà. L’intervista con Matteo Cavagnini è una lezione di vita dall’inizio alla fine. Nato a Brescia nel 1974, Matteo ha avuto un incidente in motorino a 14 anni e ha subito l’amputazione di una gamba. Costretto su una sedia a rotelle ha cominciato a giocare a basket in carrozzina diventando il giocatore di punta di diverse squadre italiane, fino ad approdare al Santa Lucia, formazione di Roma, e a diventare il capitano della Nazionale italiana.

Il Santa Lucia è primo in classifica in serie A1 con 10 punti, davanti a Cantù (a quota 8), ma con cui ha perso la Supercoppa Italiana, e al Porto Torres. Mancano due gare al giro di boa, che stagione vi aspettate?
«Da protagonisti. Vogliamo vincere magari scudetto e Coppa Italia, la società ha rinforzato la squadra e punta a portare a casa un titolo dopo cinque “medaglie d’argento”. Noi siamo un gruppo ben amalgamato con dei giovani grintosi e dei giocatori più esperti, il mix giusto per fare bene. Finora abbiamo ottenuto cinque vittorie in cinque gare, ma non vogliamo lasciare nulla per strada, è questa la nostra mentalità. Cantù è sicuramente la squadra da battere, è campione in carica, un team forte, ma noi proveremo a batterli. In Supercoppa non eravamo a pieno organico, ma nonostante questo ci siamo battuti con coraggio, e i tre punti di distacco a fine match li voglio vedere in positivo, visto che il nostro quintetto non era al completo, questo vuol dire che possiamo batterli e fare di più. Ora pensiamo a chiudere bene il girone di andata, ci mancano due vittorie contro due team forti come Santo Stefano (Macerata) e Porto Torres».

Com’è invece l’avventura azzurra, essere il capitano di una Nazionale?
«Io penso che il primo segreto è giocare a basket sempre con il sorriso, come capitano devo dare l’esempio, l’impronta e il sacrificio, essere leader nelle piccole cose, in campo e fuori. Non esistono scorciatoie, io credo che sia sempre il lavoro a pagare. E poi in un gruppo ci devono essere il rispetto dei ruoli, degli orari e quello delle priorietà. La giusta calma, la tranquillità ma anche una sana aggressività. I miei miti sono personaggi come Roberto Baggio, Zanetti e Gigi Datome, grandi sportivi da una parte e uomini di valore dall’altra. Datome è stato un vero trascinatore l’anno scorso con la Virtus Roma, è una gran brava persona, integra. Mi spiace per un verso che Roma l’abbia perso come giocatore, ma sono contento per lui e per l’Italia che ora giochi in un campionato importante come l’Nba. Tornando a parlare di Nazionale il quinto posto ottenuto ai recenti Europei è quello che ci compete, è reale, abbiamo sfiorato le semifinali, un’occasione mancata ma forse non eravamo pronti. Ora ci siamo qualificati per i Mondiali del 2014, dovremo giocarli senza illusioni non come a Londra. Dovrò dare il meglio di me e tirare fuori il meglio da tutti gli altri».

Si è trasferito a Roma, lavora e gioca nella capitale. Come si trova?
«Vivo qui dal 2008, Roma è una città favolosa, ricca di opportunità. Io ora lavoro come tecnico informatico alla Federazione Italiana Canottaggio, e sto provando a remare, e devo dire che mi piace. Tutto è nato un po’ per gioco quando il presidente e grande atleta Giuseppe Abbagnale mi ha visto, mi ha spinto a provarci. Roma comunque ha anche un lato negativo quello della mentalità. Qui si impara a stare al mondo, la città è un caos soprattutto per chi vive una disabilità, c’è poco rispetto da parte degli automobilisti, e in particolare per i parcheggi».

Quell’incidente in motorino ha cambiato la sua vita. Come si riparte da un evento così tragico accaduto in piena adolescenza?
«Avevo 14 anni, stavo andando a prendere il latte, all’epoca giocavo a calcio. E’ stato un trauma che mi ha sconvolto la vita. Si perdono stimoli, obiettivi, poi ho scoperto il basket e ho imparato che la vita continua, che devi trovare la forza di reagire. Lo sport per me è stato un’ancora di salvezza, come tutto ciò che ti circonda, famiglia, amici, ambiente. Io nel basket ho trovato un gruppo con cui confrontarmi e non solo sotto l’aspetto sportivo, ma anche dei problemi quotidiani. Ora c’è un progetto a cui sto partecipando che è la realizzazione di un corto/mediometraggio proprio sul basket in carrozzina, un modo per mandare un messaggio sociale e sportivo di non lasciarsi mai andare, di non abbandonarsi alla disperazione».

Che messaggio vuole mandare alle istituzioni e a chi vive una disabilità?
«Ho piena fiducia nel lavoro di Luca Pancalli, è una persona competente, che sa leggere i problemi, che ha capacità per risolverli. Da cittadino credo sia la persona giusta al posto giusto, ha già fatto molto quando ha ricoperto altri ruoli, e so che anche ora e in futuro potrà fare molto. A chi vive una disabilità posso dire che so che non è facile, ma metto sul tavolo la mia esperienza e gli dico di vivere la vita, di non mollare. Credo che quando uno accetta di uscire da casa, ha vinto la sua battaglia, si sente a suo agio, è sereno, e se accetta lui per primo la disabilità saprà farla accettare anche agli altri. E’ una vittoria. Io credo che il valore aggiunto del basket in carrozzina sia proprio la disabilità, è un concetto chiave perchè chi si accetta vuol dire che ha superato limiti che nessuno immagina».

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