Enzo Corso, un viaggio nel mondo dell’hockey romano

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Forse non molti lo sanno ma l’hockey a Roma ha una tradizione lunga e consolidata. Ha numeri importanti sia in fatto di vittorie che di tesserati, anche se l’attività – maggiormente su prato –
si svolge lontano dai grandi riflettori. Il presidente dell’Hockey Club Roma De Sisti, Enzo Corso, che è anche consigliere federale e responsabile del settore squadre nazionali, ci porta a fare un viaggio in questa disciplina che racchiude in sè «il gioco di squadra, l’emozione del gol e l’abilità nell’utilizzare un attrezzo come il bastone».

Presidente partiamo dai trofei in bacheca di due società gloriose…
«La De Sisti, team maschile, ha vinto sette scudetti su prato Senior (oltre a dieci titoli Juniores, tre Ragazzi e 4 Allievi, e nove indoor di cui 6 Senior e gli altri tre con il settore giovanile, due Coppe Italia e poi Coppe Europee, ndr), mentre la Libertas San Saba, società femminile nata nel ’53 come polisportiva, legata alla De Sisti e guidata dal presidente Giovanni Fabrizi, vanta ben nove scudetti (anche qui oltre a titoli del settore giovanile, 7 coppe Italia e sei titoli indoor, vittorie e piazzamenti nelle coppe Europee, ndr). È in pratica la seconda società romana per numero di titoli nazionali vinti. Ma tra Roma e Lazio abbiamo sei club De Sisti, Tevere Eur e Butterfly in A1, San Saba nell’A1 femminile, e due formazioni in A2 maschile Lazio e San Vito Romano».

Qual è la situazione dell’hockey romano?
«L’hockey è uno sport di poca visibilità, ma a Roma ha una grande tradizione, nata soprattutto dopo le Olimpiadi del 1960, quando nella capitale furono costruite diverse strutture come il Tre Fontane, il Velodromo, lo Stadio dei Marmi e l’Acqua Acetosa. Tante società e tanto movimento in particolare a Roma nord e a Roma sud, proprio nelle vicinanze delle strutture. Questo più o meno fino agli anni ’80 quando si giocava sull’erba. Poi quando sono arrivati i campi in sintetico si sono dovuti fare dei grandi cambiamenti e investimenti, così solo due impianti sono passati al sintentico: quello dell’Acqua Acetosa e quello del Tre Fontane. Questo ha comportanto una diminuzione dei praticanti, ma non della qualità. A Roma l’hockey conta ben 6 società sulle 34 in tutta Italia tra serie A1 e A2, maschile e femminile, quindi circa il 20% del movimento nazionale, direi non poco. Se consideriamo che ogni società ha circa 250 tesserati tra prima squadra e settore giovanile, parliamo di 1500/2000 atleti».

Al momento com’è la questione “impianti”?
«A via Avignone c’è un campo nuovo, che è il più operativo ovviamente vista la chiusura del Tre Fontane, che per lavori non riaprirà prima della fine del 2014, e sarà quindi il terzo impianto in sintetico. In questo momento però quello di via Avignone è in overbooking perchè ci si allenano sei società. Ed è chiaro che avendo due strutture operative in tutta Roma, una nella zona nord e una nella zona sud, questo vuol dire che le altre aree della capitale sono tagliate fuori. È un grosso problema per la città, perchè se le strutture sono poche e i collegamenti difficili allora vuol dire che non si sceglie un’attività sportiva, ma si fa quella che offre il municipio di riferimento. Ci sono zone quindi non favorite, che restano fuori dal nostro indotto. Nel nord Italia è tutta un’altra storia, ci sono molti palazzetti, più spazi per tutti, per non parlare poi di alcune nazioni come Germania, Belgio, Olanda e Inghilterra dove l’hockey la fa da padrone per numero di tesserati, club e strutture attrezzate. Partiamo da una considerazione l’hockey si gioca su prato, su pista e su ghiaccio, ma in realtà sono tre sport differenti e non solo perchè cambia il tipo di campo, ma anche perchè sono diversi i bastoni e in un caso ci sono i pattini. Quello su prato ha bisogno di strutture con campo in sintetico e si gioca all’aperto, per cui nei mesi invernali il campionato viene sospeso, soprattutto per le condizioni meteo del nord Italia. Per cui nello stop di dicembre, gennaio e parte di febbraio si disputano dei campionati indoor, ovvero al chiuso, quindi su pista. Quello su prato riprende tra febbraio e marzo per chiudersi a maggio. Per l’indoor la situazione non è migliore, servono palazzetti e campi come per il calcio a 5, ma che usiamo solo per due mesi l’anno, per cui trovare impianti liberi e in abbondanza è complicatissimo, e in quei campionati siamo quindi penalizzati, perchè riusciamo ad allenarci poco».

La Federazione, i comitati regionali e le singole società come si muovono per far conoscere questa disciplina sportiva?
«Non abbiamo grande visibilità televisiva, ma il discorso riguarda anche sponsor e disponibilità economiche che la Federazione italiana hockey e ora non possiede. Per cui si lavora molto sulla promozione nelle scuole. C’è un progetto che parte dalla Federazione con la formazione di insegnanti, ma che poi viene sviluppato dai comitati e soprattutto dalle società. Noi dell’Hockey Club Roma De Sisti per esempio facciamo una grande attività con alcune scuole del territorio. Facciamo conoscere soprattutto ai bambini di 4° e 5° elementare il nostro sport, molti si appassionano. L’hockey ha di bello che è uno sport di squadra, come dico io è una fabbrica di emozioni, non si è mai soli nè nella vittoria nè nella sconfitta, e il gruppo c’è sia in campo che fuori. In una città come Roma dove a volte socializzare non è facile e spesso i bambini sono chiusi in casa, facendo uno sport di squadra hanno l’opportunità di crescere, di stare insieme agli altri e di confrontarsi. E poi c’è l’utilizzo di un attrezzo che quindi richiede abilità, e ancora c’è il gol, la porta, tutti elementi che piacciono. La festa di chiusura con le scuole abbiamo dovuta farla in due giorni perchè erano tantissimi. Cerchiamo di fare un lavoro serio e ovviamente senza scopo di lucro».

In uno sport in cui non c’è lo stesso numero di praticanti del calcio, per un giovane è anche più facile arrivare alla maglia azzurra. È uno stimolo in più?
«Partiamo dal presupposto che l’hockey nel mondo è uno sport conosciutissimo. Meno da noi, perchè qui conta molto di più il calcio. Ora poi con la crisi gli altri sport vivono situazioni molto complicate e tante società stanno morendo. Però è vero che, per chi pratica uno sport come il nostro, il sogno di giocare con la Nazionale italiana si può avverare. Per esempio le nostre nazionali giovanili Under 15 e 16 hanno una suddivisione territoriale, per cui ci sono 5 macroaree (una sorta di rappresentative, ndr) che selezionano i giovani e li fanno allenare insieme. Poi a Pasqua si gioca un torneo e da qui i tecnici azzurri selezionano 20/25 atleti. Per cui su circa 100-120 ragazzi c’è una buona possibilità di emergere e di prendersi delle soddisfazioni. Quello che vogliamo è che i ragazzi imparino fin da bambini che lo sport è prima di tutto una passione, non una fonte di guadagno».

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