Laura Bruschini, sulla sabbia ha costruito i suoi successi

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Laura Bruschini è il direttore sportivo del Volleyro Casal de Pazzi e referente Fipav Lazio per il beach volley

Ora è referente regionale della Fipav Lazio per la sezione di beach volley ed è anche il direttore sportivo del Volleyrò Casal de’ Pazzi, una delle maggiori società italiane per quanti riguarda il settore giovanile. Ma Laura Bruschini, schiacciatrice originaria di Lecco ma che da oltre 10 anni ha scelto Roma come sua seconda casa, ha un palmares che molti giovani atlete le invidiano. Sette titoli italiani di beach volley, tre ori  e due bronzi Europei tra il ’96 e il 2000 e un quinto posto alle Olimpiadi di Sydney. Oltre a una grande esperienza di volley in diverse società italiane. E questo solo per dire che la sabbia per lei sotto i piedi non è mai scottata, ci ha preso confidenza e ci ha costruito i suoi successi.

Qual è il segreto che sta dietro a tante vittorie?
«Ogni sport richiede delle caratteristiche fisiche, e la scelta sulla disciplina da praticare dovrebbe sempre ricadere su quell’attività che ti permette di esprimerti al meglio. Io magari non avrei ottenuto gli stessi risultati facendo ginnastica artistica. E poi serve pazienza, determinazione, testa e tanta fatica. Si fanno molti sacrifici nel fare uno sport agonistico, sacrifici che spesso sono sottovalutati. Per esempio ora si arriva all’agonismo molto prima rispetto ai miei tempi, ma le rinunce sono le stesse: gli amici, le uscite,  stare lontano dalla famiglia, studiare alle ore più impensate, il dispendio di energia, il continuo mettersi in discussione».

Qual è la differenza maggiore tra volley e beach volley, al di là del numero delle giocatrici e del terreno di gioco?
«Quelle ovviamente sono le più palesi. In ogni caso io a pallavolo adoravo tutti i fondamentali, per cui nel beach mi sono trovata bene, perchè giocando in 2 invece che in 6 devi saper ricoprire tutti i ruoli, e devi abituarti a un altro modo di stare in campo. E poi sei da sola con la tua compagna di squadra, non c’è un allenatore a guidarti, non c’è un gruppo con cui condividere gioie e delusioni, a cui appoggiarti, e soprattutto non hai dietro una società che ti organizza le trasferte, che ti dà sostegno. Io ho avuto la fortuna di fare per anni coppia con Annamaria Solazzi, con lei ho vinto tanto, e non siamo state solo compagne nello sport ma siamo come sorelle nella vita. Poi ho avuto anche altre brave compagne di squadra, ma con Anna ho condiviso anche il sogno dell’Olimpiade. L’ho rincorso per tanto tempo. Ho vissuto i Giochi da persona adulta e matura, dandogli la giusta importanza. In quel momento ti ritrovi al centro del mondo, e hai tanta pressione addosso, è un evento diverso da tutti gli altri. Poi nel 2000 Anna aveva avuto un infortunio alla spalla, ha fatto l’impossibile per giocare. Non eravamo al cento per cento ma quando sei lì vuoi vincere, noi abbiamo ottenuto un quinto posto non essendo al top. Io ogni volta che scendo in campo lo faccio per fare punto e non per prenderlo, forse è una cosa semplice, ma è quella che mi ha portato a fare risultati».

Quali sono le caratteristiche che deve avere una giocatrice o un giocatore per arrivare a vestire la maglia della Nazionale?
«Il discorso è spesso vincolato a dei parametri fisici, ma si vedono spesso anche ragazzi che magari quei numeri non li hanno, ma compensano con tecnica e testa. Io credo che prima di ambire alla Nazionale, ogni atleta debba prima pensare a fare un percorso sportivo importante, se poi questo porta alla maglia azzurra meglio, ma alla fine per il numero elevato di giovani che fa pallavolo, quelli che poi arrivano in Nazionale sono davvero pochi. Io per esempio ci sono arrivata casualmente e in tarda età rispetto alla media, ma ho sempre dato il massimo ed è questo che conta. “Mai dire mai”, forse il segreto è proprio il continuo aprirsi, mettersi in discussione, crescere».

Com’è la situazione del volley romano e laziale?
«Il movimento romano è ampio, ha numeri importanti e tanta voglia di fare, anche se la crisi ha ridimensionato i progetti di tante società, ma non solo qui, in tutta Italia. È stata penalizzata di più la pallavolo di vertice, Roma non ha rappresentanti in serie A, ma ci sono Frosinone, Latina e Sora nel femminile e maschile a tenere alto il nome della regione. Certo servirebbe qualche realtà in più, anche se in B1 e B2 ce ne sono diverse. Per il beach il discorso è diverso, è un settore nuovo e in crescita, e si sta studiando l’ipotesi di tornei non solo estivi ma anche invernali, indoor. Ci sono tanti centri di qualità e tanti appassionati. Il prossimo anno Roma sarà una delle sei città toccate dai Mondiali di pallavolo femminili (dal 23 settembre al 12 ottobre, ndr) e sarà importante ospitare un evento del genere in un momento di crisi. C’è stato un grande sforzo da parte della Federazione e si sta lavorando molto per coinvolgere le scuole. L’idea è di far vedere ai giovani delle atlete di grande livello, anche per formare una cultura sportiva. Insomma è una bella sfida».

Il Volleyrò Casal de’ Pazzi è una grande realtà che basa tutta la sua attività sul settore giovanile. Come sviluppate il vostro lavoro?
«A livello nazionale siamo tra le prime società in fatto di settore giovanile, noi partiamo dai bambini per arrivare al massimo all’Under 18 con cui disputiamo il campionato di B1. Facciamo un grande lavoro di reclutamento su tutto il territorio e poi anche a livello scolastico in diverse parti di Roma. Facciamo delle selezioni in Italia e ospitiamo circa 10 ragazze nella nostra foresteria. Facciamo corsi di base fino all’agonistica, e quando le ragazze escono fuori dalla categoria Under 18 vanno in altre società, forti dell’esperienza acquisita qui. La nostra soddisfazione è vederle pronte per sfide importanti. Siamo orgogliosi di quanto riusciamo ad ottenere, però vorrei ricordare che l’obiettivo del risultato nello sport non è mai secondario. Vincere è una parte del percorso, per questo nella stagione in corso abbiamo allestito per la B1 una squadra sì giovane ma di qualità, che ha un valore rapportato alla categoria».

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