Damien Hirst, ossessione a pois in contemporanea mondiale

0
24

Genio o sregolatezza? Talento cristallino o fenomeno da baraccone? Forse la risposta più sensata ai dubbi amletici che aleggiano ogni qual volta si pronuncia il nome di Damien Hirst è una e una soltanto. E di wildiana memoria: nel bene o nel male, purché se ne parli.

E l’artista inglese di Bristol, classe 1965, con le sue opere innovative, provocanti, in due parole semplicemente shockanti, è sulla bocca di tutti nel mondo dell’arte contemporanea ormai dall’inizio degli anni Novanta, quando portò alla ribalta internazionale la scena artistica inglese diventando il capofila della Young British Artists (YBAs), un movimento che in breve tempo ha fatto letteralmente scuola ovunque. E’ tutt’ora inarrivabile il prezzo con il quale è stata battuta all’asta la sua opera più famosa, contestata e controversa, quella che rappresenta senza filtri il manifesto della sua poetica e il tema centrale della sua produzione: la morte.“Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living” (ovvero, “L'impossibilità fisica della morte nella mente di un vivo”), consiste in uno squalo tigre di oltre 4 metri posto in formaldeide all’interno di una vetrina trasparente. Inutile raccontare delle ire funeste che gli animalisti di ogni dove gli animalisti di ogni dove gli riversarono addosso, piuttosto vale la pena sottolineare come da quel momento Hirst sia diventato l'artista vivente più caro dopo Jasper Johns. Un uomo da record, nel bene o nel male appunto.

E semplicemente unica, per lo meno nei numeri, è anche l’ultima delle sue mostre, dedicata al vero e proprio leit motive della sua carriera da circa un quarto di secolo: quell’assiepare, con ordine e precisione svizzeri, tanti, tantissimi tondi multicolori su fondi rigorosamente bianchi. “The Complete Spot Challenge 1986-2011” sarà presente più o meno contemporaneamente in tutte le undici gallerie presenti al mondo di Larry Gagosian. E’ la prima volta che il gallerista statunitense dedica a un solo artista tutte le sue locations, il che si commenta da solo. Londra e Parigi, Los Angeles e New York, Ginevra e Hong Kong: da oggi mezzo mondo sarà ai piedi – dorati vien proprio da dire – di Damien. E naturalmente anche Roma sarà al centro di questo calderone globale, aprendo fino al 10 marzo le sale Gagosian di via Francesco Crispi. Nella Capitale ci sarà una parte delle circa 300 opere raccolte in 25 anni di “spots” (letteralmente “punti”).

D’altronde Hirst è semplicemente un maniaco dei pois. Dal 1986, anno della sua prima composizione colorata, ha ampiamente oltrepassato la soglia dei 1000 pezzi tutti diversi tra loro. E da allora è cresciuta in maniera esponenziale anche la sua capacità di stupire, far parlare di sé, provocare e affascinare con i preziosissimi tondini luccicanti. Gli spot paintings di Damien Hirst sono niente meno che il massimo della ripetizione unito al massimo dell’unicità,basta considerare infatti che nell’ultima tela della serie non vi sono, tra i ben 25.781 punti, due pallini dello stesso colore. «Ogni volta che realizzo un dipinto elimino un quadrato. Poi si rigenerano. Sono collegati l’uno con l’altro» dice l’artista di Bristol sul tema da lui così efficacemente rappresentato. Duplicità e monotonia in Hirst, iconocità e mondo globale in Gagosian. Perché questa singolare distribuzione ordinata da Mr Larry? Gli organizzatori non sembrano ancora esprimersi al riguardo, ma dietro l’operazione potrebbe esserci una stravagante e fascinosa iniziativa lanciata al pubblico: tutti coloro che riusciranno a visitare al gran completo le 11 sedi avranno la possibilità di ricevere in riconoscimento uno “Spot” originale dipinto da Hirst e impreziosito addirittura da una dedica personale con autografo. Un’idea decisamente troppo cool che in fondo racconta perché, al di là delle sue opere, uno come lui sia così profondamente amat-odiato.

Francesco Gabriele